Remo Rinaldi – La zia Pia, la bugàda, Biancaneve

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LA ZIA PIA, LA BUGÀDA, BIANCANEVE

Mentre faceva il bucato in cortile, nel mastello di legno sollevato dalla crusàra, mia zia Pia, nota in tutta Mirandola per la sua arguzia un po’ sboccata, cantava, con quanto fiato aveva, qualche canzonetta poco educativa:

Moretìn, moretìn stai fermo,
tira via quella man di lì…

Ma ne cantava anche di più licenziose. Noi bambini non capivamo.

La moglie del vecchio Brani, la Beòta, la redarguiva: “An gàla mìnga vargógna, ca gh’è i baghét chi sèntan?”. Mia zia non osava ribattere e, appena la Beata si ritirava, ne cantava un’altra per indispettirla:

Lapànza d’una vècia l’è fàta a rigadòn,
la par na ca ’ brusàda con dèntr ’i galavròn!

Alla fine degli anni Trenta, poco prima della guerra, mia zia Pia, un tipo ridanciano, che teneva allegre le vie Monta­nari e Castelfidardo, diceva in giro: “Me fiól a scóla la dit ca son na vàca!”. La gente rideva incredula, con un’alzata di spalle. “No, l’è propria véra. Al se sbaglià. Invéci ad dir: sono il figlio della lupa, la dit: sono il figlio della mucca. ”.

Ogni tanto sbottava con battute mordaci verso la ricca fami­glia Ferraresi. Si sa, la ricchezza altrui suscita invidia. La vècia Frarésa ciabattava per via Montanari con i piedi scalzi nelle larghissime scarpe, mai ripulite, del marito morto molti anni prima. I suoi vestiti portavano segni di rarissime lavature. Mia zia lo faceva notare, e congetturava: è tanto sporca – diceva – c’la ga d’avér i piduchèn ad mèrda atàc al cul c’mè il pégri!

Attrezzo indispensabile per le famiglie era la furnasèla. Un grande cilindro di lamiera, spesso ricavato da un vec­chio barile metallico, con un’apertura rettangolare alla base, all’interno veniva posto un treppiede, sul quale era posato il bidone con l’acqua da scaldare, facendo fuoco sotto il trep­piede con legname vario. L’acqua calda o bollente serviva per il bucato, per immergervi il pollo appena ammazzato e spennarlo facilmente, per pastorizzare la passata di pomodo­ro appena imbottigliata ecc.

La lavatura della biancheria dei letti, un’operazione quasi rituale e molto faticosa, detta far bugàda, era compiuta in collaborazione tra alcune donne una volte l’anno, usando il mastello grande da bucato, che per alcuni giorni era stato te­nuto à busàr. Il legno delle doghe, infatti, col tempo, si stagio­nava e il mastello non era più a tenuta stagna. Come detersivo si usava la liscivia, ottenuta dall’acqua bollente fatta filtrare attraverso uno strato di cenere, separato dalla biancheria con un telo chiamato al sindradór. E poi, sugo di gomito, sapone e la spazzola di saggina, al sdarinèn. Naturalmente, se si lava­vano le lenzuola usate in parecchi mesi, è da supporre che non venissero cambiate con la frequenza dell’età della lavatrice. Del resto, non esistevano ancora le lavanderie a secco. Anche tra le classi benestanti, il collo delle giacche e dei cappotti era ripulito spazzolandoli con una soluzione di acqua e ammonia­ca; i segni del grasso e del sudore sul feltro dei cappelli erano fatti sparire dal cappellaio Previdi – di fianco alla tipografia Candido Grilli – con una pezzuola bagnata premuta dalla pace molto calda sulla parte da ripulire. Eventuali residui veniva­no nascosti dall’applicazione di un nuovo nastro. E voilà, il cappello era rimesso a nuovo. Il signor Previdi, cerimonioso, con un anellino d’oro al mignolo, dimostrava la propria abi­lità lavorando spesso ben in vista sulla porta del negozio, con la scusa che dentro c’era poca luce.

Quando mio padre s’ammalò d’una specie di influenza, mia madre comprò un frutto insolito, una banana, visto solo qual­che volta dal fruttivendolo Galavotti, in piazza. La sbucciò, la portò al letto di mio padre. Io e mio fratello dietro. Sem­brava la processione dietro la banana. Guardavamo con occhi vogliosi mio padre che stava per addentarla. Lui la spezzò in due: una metà a me a l’altra a mio fratello. Poi: “Santino, pòrtam un bicér d’vèn!”.

Un ricordo incancellabile fu la proiezione all’aperto, nel campo sportivo, del lungometraggio di cartoni animati “Biancaneve e i sette nani”, di Walt Disney. Doveva essere l’estate del 1938 o 1939. La calca della gente ad acquistare il biglietto d’ingresso era tale che alcuni si sentirono male. La fila era una cosa sconosciuta ai mirandolesi. Mio fratello ebbe un dito dei piedi schiacciato dalla scarpa di un adulto. I sette nani, con caratteri ben individuati e nomi appropriati, diventarono popolarissimi. Imparai a riconoscerli e ne sape­vo i nomi a memoria. Io e mio fratello eravamo capricciosi qualche volta, ma bastava poco per rabbonirci: “Guàrda che a ciàmm al gat maimòn!”, per cui non sempre mia madre ricorreva a provvedimenti più persuasivi.

Tratto da: Via Montanari e dintorni – Ricordi di un mirandolese invecchiato in esilio.

Autore: Remo Rinaldi

One Response to Remo Rinaldi – La zia Pia, la bugàda, Biancaneve

  1. Jole Ribaldi scrive:

    Quanto vi leggo volentieri! Bravissimi!
    Grazie di cuore.

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