L’Emilia “rossa”

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Spiegare l’Emilia “rossa” ricca e civile è stato uno scoglio ostico per molti studiosi.

L’attribuzione dei meriti dello sviluppo ai soli social-comunisti ovviamente non regge, dal momento che la stessa traiettoria ha interessato tutto il centro-nord del Paese e regioni come il Veneto, a netta prevalenza democristiana.

D’altra parte non regge nemmeno la tesi opposta, secondo la quale la politica non avrebbe influito per nulla, perché l’Emilia-Romagna non si è limitata a crescere come altri, ma dagli ultimi posti è passata in testa alle regioni italiane. “Nella graduatoria del reddito pro-capite delle 95 province italiane” scrive Giuliano Muzzioli nella Storia di Modena “quella modenese, dal 40° posto occupato all’inizio degli anni cinquanta, è passata al 28° posto nel ’65 ed è poi salita al vertice della graduatoria nel 1980 collocandosi fra le aree più ricche d’Europa”.

Il sociologo americano Robert Putnam, saltando a piedi pari il problema, ha creduto addirittura di rintracciare i caratteri originali dell’esperienza emiliana negli usi civici del medioevo.

Per ragioni di contingente polemica elettorale avversari e opinionisti vari hanno invece ritenuto di rintracciare le cause di questi paradossi e del consenso comunista nell’organizzazione capillare del PCI e delle cosiddette cinghie di trasmissione (sindacati, cooperative, associazioni di massa di vario tenore), cioè in abili e dissimulate pratiche di clientelismo e di irreggimentazione di massa, dimenticando il “dettaglio” che i principali centri di potere della vita economica locale (banche, imprese e perfino settori decisivi della pubblica amministrazione, dalle Poste, al Collocamento, all’INPS, all’Ufficio del Registro delle Imposte Dirette, alla Pretura e così via) non erano controllati dal PCI.

Certo, l’intuizione togliattiana del partito di massa e non di quadri, e cioè di un partito che pur disponendo di una dottrina e di una guida salda, al tempo stesso sollecitava la partecipazione, l’educazione e il protagonismo di tutti alla vita politica, innanzitutto locale, un partito che puntava ad avere una sezione in ogni angolo del territorio e in ogni luogo di lavoro, ebbe i suoi effetti sul piano della presa ideologica e del radicamento territoriale.

Nel 1958 il PCI aveva 2.569 iscritti, su una popolazione di 23.630 abitanti. Le tessere scesero a meno di 1.600 all’inizio degli anni settanta, risalirono a 1.777 nel 1976, per poi riprendere una lenta inesorabile discesa, che ha portato i suoi eredi a contare alcune centinaia di iscritti.

Ma quanto a mezzi e collateralismo, la DC e i suoi alleati al Governo nazionale erano altrettanto attrezzati, dalle parrocchie, alle centrali sindacali di riferimento (si pensi ad esempio al peso esercitato nelle campagne dalla Coldiretti e dalla Federconsorzi), dall’appoggio dei principali mezzi d’informazione, fino alla TV di Stato, all’impiego degli apparati dello Stato, senza trascurare, negli anni della ricostruzione, gli aiuti del Piano Marshall.

Pertanto, un’acritica insistenza su questo tipo di spiegazioni conduce a fuorvianti, per non dire offensive considerazioni sulla intelligenza politica degli emiliani in genere e dei mirandolesi nel nostro caso particolare, che sarebbero stati bravi operai, ottimi artigiani, abili imprenditori, vivaci animatori culturali e sociali, ma ingenui, creduloni e superficiali elettori.

Nel 1981, ad esempio, si tenne il referendum sull’abolizione dell’ergastolo. La sinistra, che aveva appena ottenuto alle amministrative un risultato schiacciante, chiese agli elettori di votare a favore. Fu ascoltata da 4.386 elettori, pari al 28,9%. Votarono per mantenere l’ergastolo in 10.804.

Anche se hanno sempre ascoltato i partiti di riferimento, i mirandolesi hanno sempre usato la loro testa.

Nemmeno la situazione sociale basta da sola a giustificare gli orientamenti politici. La corposa presenza di braccianti e poi di operai favorì certamente la diffusione di un messaggio classista e, almeno nella propaganda, rivoluzionario, ma in altre aree del nord una composizione sociale più o meno simile non si tradusse in voti alle sinistre.

Quali furono allora le ragioni principali della lunga prevalenza social-comunista nella politica mirandolese?

Chiavi di lettura

Esaminata più da vicino e senza pregiudizi, la seconda metà del novecento mirandolese non è affatto paradossale e si spiega agevolmente con concrete e verificabili ragioni storiche e politiche.

Dal punto di vista storico influirono la Resistenza e la Liberazione e, in misura certamente minore, ma non del tutto trascurabile, le reminiscenze degli anni precedenti l’avvento della dittatura fascista e del “socialismo municipale”. Non è privo di significato il fatto che il Sindaco della Liberazione, Nino Lolli, fosse il figlio di Attilio Lolli, il grande Sindaco socialista di Mirandola durante i duri anni della Prima Guerra Mondiale. In effetti, nonostante la dura repressione e il pesante indottrinamento del regime, ricordi, culture e ideali antichi covavano sotto la cenere.

Ma fu soprattutto l’esperienza della Resistenza a incanalare il consenso. Benché la cultura politica popolare fosse ovviamente approssimativa e embrionale, la maggioranza dei mirandolesi capì che si doveva rompere con il passato e scelse di affidarsi a chi quel tragico passato lo aveva combattuto in prima fila e anche durante gli ultimi anni bui della guerra aveva cercato di introdurre regole e prassi di partecipazione politica, di protagonismo sociale e di giustizia.

Nelle prime elezioni libere, le amministrative del 17 marzo 1946, si presentarono solo gli esponenti dell’antifascismo, suddivisi in tre liste: una lista della sinistra unita, la lista del Partito d’Azione e la lista della Democrazia Cristiana. Pochi mesi dopo, alle elezioni dell’Assemblea Costituente, comparvero tre formazioni di destra e slegate dalla storia della Liberazione: la Concentrazione di Destra, l’Uomo Qualunque e l’Unione Democratica Nazionale, ma presero, tutte assieme, meno di cinquecento voti (476).

L’apporto comunista alla lotta di Liberazione fu qualitativamente e quantitativamente fondamentale e consentì al PCI di svolgere una vasta opera di proselitismo, di ritagliarsi una sorta di “primato resistenziale” di fronte all’opinione pubblica, di presentarsi come la vera rottura rispetto alla storia del ventennio e della guerra e come la principale speranza di un mondo socialmente e politicamente nuovo.

Dalla Brigata “garibaldina” Remo uscirono direttamente molti protagonisti comunisti della vita pubblica della Mirandola libera, tra i quali Oreste Gelmini e Adolfo Pollastri.

Peraltro nessuno metteva in discussione il ruolo dell’URSS nella sconfitta del nazifascismo e, prima della denuncia dei crimini di Stalin e delle distorsioni del socialismo reale, l’esperienza sovietica potè servire alla propaganda comunista come prova che il “sol dell’avvenire” era a portata di mano.

La stessa rottura dell’unità antifascista del 1947, dopo le esperienze dei Governi emanazione del CLN e poi dei Governi De Gasperi, consentì ai comunisti di denunciare i veri o presunti cedimenti della DC alla destra e di rivendicare per sé la coerenza e la continuità dell’antifascismo, in una terra in cui le sofferenze provocate dalla guerra, dall’occupazione nazista e dai collaborazionisti di Salò erano ancora una fresca memoria.

In realtà il contributo dei cattolici, dei socialisti e degli azionisti alla Resistenza era stato altrettanto fondamentale ed eroico, basti pensare alle straordinarie figure dei cattolici Don Dante Sala, Odoardo Focherini e Don Zeno Saltini, dei socialisti Nino Lolli, Alfo Soncini, Olanzo Neri, Vilmo Cappi, Renzo Pivetti, Nello Bozzini e Mario Merighi, degli azionisti Sergio Telmon, Roberto Serracchioli e Silvio Gandini.

Tutti i partiti antifascisti concorsero alla riorganizzazione della società civile, alla rinascita dei sindacati, delle cooperative, delle libere forme associative, e il fatto che ognuno abbia ceduto al cosiddetto collateralismo, cioè alla formazione di strutture ideologicamente affini, non toglie nulla alla straordinaria importanza civile e democratica di questo lavoro.

L’avvento della “guerra fredda” cambiò però i termini dello scontro politico: all’antifascismo si affiancò l’anticomunismo. Il pericolo di ritorni indietro, a regimi autoritari o semi­autoritari, non era del tutto scongiurato, e su ciò insistevano innanzitutto i comunisti e i socialisti, ma l’attualità era una scelta di campo tra il modello di sviluppo occidentale e quello del socialismo reale sovietico, e su questo insistevano la DC, il Partito Repubblicano, il Partito Liberale e il Partito Socialdemocratico di Giuseppe Saragat, nato da una scissione del PSIUP.

Lo scontro ideologico cementò per almeno due o tre decenni i blocchi di consenso elettorale, da una parte e dall’altra, ma se pur continuò a far sentire i suoi effetti, perse gradualmente e inesorabilmente peso di fronte agli impetuosi cambiamenti sociali e culturali della società italiana e dunque, per giustificare cinquant’anni di successi elettorali delle sinistre mirandolesi, accanto alle vicende epocali della Resistenza e poi della guerra fredda, bisogna collocare e saper leggere la politica.

In altri termini, le vittorie del PCI e del PSI devono trovare adeguata spiegazione non solo nei grandi eventi storici del tempo e nelle scelte di campo ideali, ma molto anche nella concreta attività di governo svolta a livello locale, nei programmi, nei risultati raggiunti, nel personale politico proposto agli elettori.

Anzi, dagli anni sessanta in poi, furono proprio le esperienze di governo locale emiliane ad offrire al PCI argomenti forti per proporsi come partito di governo nazionale, oltre le posizioni ideologiche tradizionali, che intanto venivano anch’esse modificandosi (nel 1968 il PCI, che nel ’56 aveva approvato l’invasione sovietica dell’Ungheria, condannò l’invasione della Cecoslovacchia).

Tratto da: Storia di Mirandola – Politica esocietà nel Secondo Dopoguerra – 1946/2001

Autore Luigi Costi

Edizioni CDL

One Response to L’Emilia “rossa”

  1. Ubaldo Chiarotti scrive:

    Buongiorno a tutti, mi scuso se posso sembrare invadente, ma secondo me la sinistra nel nostro territorio ha sempre trovato terreno fertile, anche dalle condizioni territoriali, facenti capo all’UCMAN, cioè alla nostra Bassa Modenese, ma mi rivolgo anche alla Bassa Mantovana, perché le Nostre Valli Basse, racchiuse da tre fiumi, confini naturali del nostro territorio, hanno formato una popolazione laboriosa e predisposta alla cooperazione; le continue rotte dei nostri tre fiumi nei secoli passati costringevano alla collaborazione i nostri antenati per riappropriarsi delle terre inondate dai fiumi Secchia, Panaro e Po! Le cooperative nascevano spontaneamente, commentava Bruno Andreolli, le popolazioni di queste Valli Basse erano obbligate a collaborare.

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