Il Segreto di Ulisse – 19° e 20° capitolo

Commenti (0) Il segreto di Ulisse

Callìdoros non aveva mai più rivisto l’amico Ulisse: erano passati anni e anni e sentiva che non gli restava ancora molto da vivere. Presto avrebbe attraversato l’Acheronte e avrebbe ritrovato finalmente i suoi cari, che l’avevano lasciato tanto tempo prima: l’amata moglie Polimela e il figlioletto Ificle, chiamato dagli dei ancora fanciullo.

La bottega era al sicuro, affidata all’altro suo figlio Crise, che aveva imparato anch’egli l’arte del vasaio e al quale il padre aveva narrato la storia di Ulisse e fatto giurare di tramandarla al figlio e al figlio del figlio per i secoli a venire.

Ora, prima di andarsene, aveva un dovere da compiere: l’amico non era mai tornato a reclamare il vaso ed esso andava posto al sicuro.

Il vecchio, ormai malfermo sulle gambe, lo avvolse accura­tamente in una pelle di capra e ne sigillò l’apertura con refe e cera, raccolse in una sacca alcuni strumenti del suo lavoro, una torcia, una scala di corda, un pane e un pezzo di formaggio, e si avviò verso la costa, alla grotta dove Ulisse gli aveva confi­dato di aver nascosto i tesori ricevuti in dono dai Feaci. Quivi giunto, trafelato e allo stremo delle fòrze, individuò l’apertura segreta, ed entrò.

Lo splendore dell’oro e delle gemme danzava sulle pareti della grotta creando meravigliosi giochi di luce; preziosi tappeti e vasellame di pregio erano accatastati in un angolo, mentre armi di bronzo di ogni tipo rilucevano di luce propria, dando l’impressione di un piccolo esercito in movimento.

Callìdoros rimase a bocca aperta per lo stupore, ma a lui non interessavano ì tesori di Ulisse, aveva un compito da por­tare a termine.

Depositò l’involto contenente il vaso in una piccola nicchia naturale scavata nella parete e ne camuffo l’apertura con sassi di varie dimensioni.

Proseguì quindi verso il fondo della grotta, trovò e rimosse la sottile lastra di calcare, a suo tempo descrittagli da Ulisse, che celava l’apertura di un’altra caverna segreta, scese nel cunicolo con l’aiuto della scala di corda e accese la torcia.

Là sotto era buio pesto; le sue mani tremanti e deformate dagli anni di duro lavoro impugnarono gli attrezzi e diedero vita a un minuscolo ma pregevole bassorilievo il cui soggetto era identico a quello del vaso.

Dopo ore e ore, forse giorni, di duro lavoro, sospeso solo di tanto in tanto per sbocconcellare un po ’ di pane e formaggio, Callìdoros era ormai allo stremo delle forze e prossimo alla fine. Tuttavia si sentiva soddisfatto e in pace con se stesso e con il ricordo dell’amico: il vaso era al sicuro e se mai per caso fosse stato trafugato restava sempre il bassorilievo, ancor più nascosto e inaccessibile.

Era stata una sua idea, quella. Ulisse gli aveva solo svelato tanti anni prima l’esistenza della grotta sotterranea e lui ora aveva deciso di usarla per lasciare quell’ultima traccia segreta. Se per caso un giorno Ulisse fosse miracolosamente ritornato dal suo viaggio avrebbe sicuramente trovato, se non il vaso, al­meno quell’ulteriore indizio, e avrebbe compreso che Callìdoros non lo aveva deluso.

Finito il lavoro, risalì faticosamente e con il fiato mozzo la scaletta, fece nuovamente scivolare la sottile lastra di calcare nella sua sede, uscì dalla grotta, senza neanche degnare di un’ul­tima occhiata i tesori, e richiuse l’apertura, che ritornò invisibile.

Stremato da quest’ultima fatica, si sedette sulla spiaggia ad ammirare il tramonto e un dio benevolo gli chiuse gli oci per sempre.

Il suo corpo fu afferrato dolcemente dalla marea della notte e nessuno seppe più nulla di lui.

Capitolo 19

I ragazzi si trattennero ancora un poco a conversare con Callidoro, che pareva ormai perso in un mondo tutto suo, lontano secoli e secoli dal presente. Poi lo salutarono educatamente, con la promessa di ritornare un giorno a raccontargli la fine della storia, se mai ce ne fosse stata una e l’avessero trovata.

Il vecchio rimase in piedi a salutarli con la mano, i can­didi capelli mossi dal vento e l’espressione immota, fino a quando i tre scomparvero alla sua vista lungo la discesa.

«Ho già un piano, ragazzi. Ci ho pensato mentre par­lavamo con Callidoro: dobbiamo assolutamente tornare in Italia, per la precisione sull’isola Eea, nel palazzo di Circe!» sbottò all’improvviso Brando.

«Sì, e dopo per favore possiamo fare una capatina anche da Superman sul pianeta Krypton?» ridacchiò Marcello.

«Somaro che non sei altro! L’isola Eea è stata identifi­cata quasi con certezza! Gli studi più recenti hanno sov­vertito le vecchie teorie, escludendo che potesse trattarsi del Circeo vicino a Roma o delle isole Egadi e Lipari.

«Sembra proprio che la nostra maga abitasse a Ustica, mica scema! La chiamano “La perla nera del Mediter­raneo”, tanto è bella! E lì andremo in fretta e furia a cercare altre tracce che ci conducano sulle orme dell’ul­timo viaggio di Ulisse. Ormai sappiamo che si diresse in Italia cercando Canente e, se mettiamo insieme tutti gli indizi, giunse in un luogo dove il mare era sconosciuto.

Io ho già una mia teoria in proposito, ma non voglio sbilanciarmi senza prima trovare dei riscontri. La tap­pa all’isola Eea serve per scoprire eventuali altri indizi. Fidatevi di me, ancora una volta!»

«Certo che se Picus era laziale, come sostengono le teorie che tu ci hai dottamente citato, ne aveva fatta di strada per arrivare a Ustica!» replicò ironicamente Marcello, che non perdeva occasione per mettere in difficoltà l’amico.

«Uffa, come sei pedante» lo rimproverò Martina, «non puoi mica prendere tutto alla lettera: le teorie sono infinite, come si fa a sapere qual è quella giusta quando si ha a che fare con i miti e le leggende? Se Brando dice che Circe stava a Ustica io ci credo. Come poi ci sia arrivato Picus, non me ne può fregare di meno!»

«Ti pareva se non gli davi ragione, al nostro genio! Volevo solo fare l’avvocato del diavolo, ecco tutto, ma con voi sapientoni non si può mai dire niente, cavolo! Siete anche permalosi, oltretutto!»

«Su, su, smettetela» li interruppe Brando, «pensiamo piuttosto a come arrivare in fretta all’isola.»

E fu così che con traghetti e aliscafi vari gli amici si lasciarono Ithàki alle spalle e volsero la prua verso la Sicilia, attraversando, sulle orme del loro eroe, Scilla e Cariddi e giungendo a destinazione tre giorni dopo.

Ustica meritava davvero tutta la sua fama: apparve loro dalla nave come un nero scoglio emergente dalle acque placide di un azzurro cristallino. I Romani la chia­marono Ustum, “bruciata”, per la sua natura vulcanica, e mai nome fu più azzeccato.

L’isola era piccolissima, poco meno di nove chilome­tri quadrati, e questo facilitò non poco le loro ricerche.

Ovviamente Brando si era documentato durante le lunghe ore di navigazione e il giorno del loro arrivo, dopo aver trascorso una notte pressoché insonne, si diressero direttamente verso la zona archeologica detta Colombaia.

«Cosa pensi o speri di trovare, quaggiù, grand’uomo?»

«Sinceramente non ne ho la più vaga idea» rispose Brando, forse per la prima volta incerto sul da farsi.

I ragazzi si aggirarono per le rovine tutto il giorno, sotto un sole cocente, ma senza trovare niente di significativo per la loro ricerca.

Verso il tardo pomeriggio, esausti, accaldati e avviliti, decisero che era ormai inutile accanirsi in quell’inutile girovagare fra caverne assolutamente vuote e massi ri­coperti di vegetazione: non c’era un segno, una traccia, un suggerimento, niente di niente.

«Va be’, ragazzi» disse Brando tergendosi il sudore dalla fronte con un fazzolettone formato lenzuolo, «sta­volta ho toppato, lo ammetto. Qui non c’è niente da trovare. Possiamo tornare indietro, mangiare qualco­sa, farci una doccia e pensare con calma alla prossima mossa. Devo ammettere che sono deluso e confuso e che non so proprio quale possa essere questa prossima mossa, ma forse con lo stomaco pieno il mio cervello riprenderà a funzionare!»

Martina e Marcello annuirono in silenzio, anch’essi spossati e avviliti e i tre, all’unisono, si incamminarono verso l’abitato.

Giunti nei pressi della minuscola piazzetta della cit­tadina, si avvidero di un certo movimento di gente e di bancarelle varie che probabilmente avevano fatto la loro comparsa dopo la loro levataccia mattutina in direzione della Colombaia.

«Ehi, guardate, c’è un mercatino» esclamò Marti improvvisamente allegra e piena di energia, «andiam a vedere, dai!»

«Martina, per favore, questa risparmiacela» sbottò Marcello esasperato, «non vedi in che condizioni sia­mo?»

«Vi prego, vi prego, solo due minuti» rispose la ra­gazza, pestando i piedi come una bambina, «solo due minuti per vedere cosa c’è.»

«Ma dai, Martina, cosa vuoi che ci sia!» le rispose anche Brando. «Venderanno le solite stupidaggini per i turisti!»

«Sentite, voi fate quello che volete, io ci vado!» E così dicendo Martina si incamminò risoluta verso le bancarelle.

I due ragazzi, stupiti da quell’insolita testardaggine, non consueta nella loro amica, la seguirono loro malgra­do nel dedalo di viuzze e bancarelle. La ragazza cammi­nava stranamente spedita, canticchiando una canzone in voga ed eludendo con grazia la folla che gremiva il mercato, come se avesse una meta precisa.

“Che comportamento strano.” Brando non fece in tempo a formulare mentalmente questo pensiero che all’improvviso Martina si fermò di botto davanti a una bancarella che esponeva bigiotteria dozzinale.

Continuando a canticchiare la ragazza stava osservan­do la merce in vendita, quando, dopo pochi istanti, dal retro del banchetto, celato da una tenda, uscì una donna.

«Ehi, Canente, hai ricominciato a cantare?» sibilò la donna all’indirizzo della ragazza, che trasalì per un attimo, percorsa da brividi violenti.

Credendo di aver udito male, Martina apostrofò gentilmente la donna dai lunghi capelli neri e dallo sguar­do enigmatico e quasi fosforescente: «Come ha detto, scusi?».

«Hai capito benissimo quello che ti ho detto. E voglio dirti anche un’altra cosa: quello che cercate non è qui. Devi tornare a casa, Canente.

Dopo queste parole a dir poco sibilline la donna sparì di nuovo dietro la tenda e, nonostante i ripetuti richiami da parte dei tre ragazzi esterrefatti, non ci fu più verso di farla ricomparire. Marcello, ripresosi in pochi attimi dallo sbalordimento, fece di corsa il periplo della ban­carella, scostò la tenda, ma dietro non c’era nessuno, la donna era scomparsa nel nulla…

«Avete sentito anche voi, vero, quello che mi ha det­to, avete sentito, vero?» continuava a balbettare Marti­na in preda al più completo sbigottimento, incapace di formulare altre parole.

«Sì, Martina, abbiamo sentito anche noi» rispose Brando con finta tranquillità, cercando di calmare l’ami­ca e di riportarla in sé, «abbiamo sentito, quella donna ti ha chiamata Canente e ti ha detto di tornare a casa. Ora finalmente ho ritrovato la pista!»

«Cosa vorresti dire?» chiese Marcello, ancora oc­chieggiando alla tenda con fare bellicoso.

«Che dobbiamo andare vicino a Roma e cercare i resti dell’antico villaggio dove vissero Picus e Canente, ecco cosa voglio dire. Avete un’idea migliore? Mi sem­bra che il senso delle parole di quella “donna”, chiun­que essa fosse, anche se ne ho una mezza idea, sia ben chiaro.»

Capitolo 20

Nonostante si trovassero a pochi chilometri da Roma, la vegetazione era lussureggiante e ricopriva quasi per intero il piccolo sito archeologico.

Trovarlo non era stato semplice: tutta la zona intorno all’Urbe era talmente ricca di maestose testimonianze storiche che quei resti insignificanti persi nella campa­gna non erano neanche segnalati sulle guide.

Tuttavia, i tre investigatori del passato, come ama­vano definirsi, non si erano dati per vinti e, a furia di chiedere informazioni a destra e a manca e di perdersi per viottoli e sentieri arroventati dal sole, avevano alla fine trovato quello che cercavano.

Non che Picchio pensasse o sperasse di poter scoprire chissà che cosa tra quei quattro sassi, ma, viste le prece­denti esperienze, era meglio non lasciarsi scappare nulla e analizzare ogni più piccolo indizio.

Brando spense quindi il catorcio che li aveva condotti miracolosamente fin lì e i tre scesero per sgranchirsi le gambe tra la folta vegetazione, che iniziava subito oltre il ciglio della stradina e avviluppava il vecchio cartello arrugginito e ormai quasi illeggibile che diceva “Resti di villaggio preromano, VIII secolo avanti Cristo”.

«Se avessi previsto una spedizione nella giungla tro­picale avrei portato un machete» ironizzò Marcello, accaldato e stufo di quel girovagare.

«Su, su, non perdiamoci d’animo, andiamo a vede­re» rispose Brando, già preda dell’agitazione che lo coglieva sempre davanti a una possibile nuova pista da seguire.

Martina, che, nonostante i mille disagi e contrattempi, era stata vispa e allegra per tutto il viaggio in automo­bile, ora, improvvisamente, si sentiva strana, come im­bambolata. “Sarà colpa del caldo” si disse mentre attra­versava a fatica i rovi spinosi carichi di more selvatiche.

I tre giunsero ben presto in una piccola radura, dove pochi massi antichi erano sopravvissuti all’incuria del tempo. A dire il vero, non vi era niente di particolar­mente significativo, se non un maestoso trono di pietra scolpita, i cui rilievi erano ormai quasi del tutto irricono­scibili per l’azione dei secoli e degli eventi atmosferici.

Tuttavia la struttura era ancora imponente: il sedile, ricavato da un unico blocco di roccia scura, aveva un alto schienale e braccioli che terminavano con una testa di animale, nella quale si poteva forse individuare quella di un lupo.

«Accidenti come sono stanca» disse Martina con voce flebile, «ho un capogiro, mi sembra quasi di svenire» e così dicendo, sbucata dall’intrico dei rovi, si accasciò sul trono.

Per un momento chiuse gli occhi e Marcello e Brando erano già scattati per avvicinarlesi e prestarle soccorso quando la ragazza, all’improvviso, socchiuse le palpebre e poi le spalancò mostrando uno sguardo vacuo e opaco, quasi senza vita.

Contemporaneamente dalla sua bocca presero a u­scire dei suoni, dapprima brontolii inarticolati e incomprensibili, poi parole distinte, seppure sussurrate con uno strano accento: «Quanto dolore in questo luogo… E notte, il villaggio dorme, ma d’un tratto mi sveglio di sopras­salto, odo un clangore di armi e grida di guerra… Il fuoco,per gli dei, il fuoco! Tutto brucia, c’è luce come di giorno, ma è luce rossa di fiamme e di sangue! Gli invasori del Nord! Cerchiamo riparo, cerchiamo salvezza, presto, presto, figlio mio, verso il fiume! Terrore, odore di morte… Ormai è troppi tardi: il palazzo è distrutto, tutti gli uomini sono stati uccisi… Ho paura… Le catene ai polsi e alle caviglie… pesano. Figlio mio, resisti ti prego, non mi lasciare, fallo per me, fallo per tua padre che non fece ritorno al villaggio… Cammina, contìnua a camminare, un passo dopo l’altro. Gli aggressori ci conducono schiavi nel lontano Nord, in Eridania, dove le notti sono lun­ghe e gli inverni freddi e interminabili, dove scorre un fiumi immenso e maestoso ma l’aria è malata di venefici miasmi. Il nostro destino è incerto, che gli dei abbiano pietà di noi… Non canterò mai più… E per l’amore degli dei, che nessuno ci cerchi mai, che la memoria della nostra esistenza infausta sia cancellata per sempre».

«Martina, Martina, che hai, cosa dici, svegliati! Sono io, Marcello, mi senti? Torna in te, accidenti!»

«Cosa gridi, Marcello?» rispose Martina sbadigliando, stiracchiandosi le braccia e sbattendo le palpebre. «Mi girava la testa, devo essermi appisolata per un attimo, sa­ranno questo caldo infernale e questa umidità che toglie il respiro. Mi sento stanchissima e non vi nascondo che all’improvviso ho voglia di tornare a casa, a Mirandola. Non ci crederete, ma non ce la faccio più a correre di qua e di là appresso a un sogno. Picchio, scusami, lo so che da me non te lo aspettavi questo voltafaccia, ma è come se la nostra vecchia Bassa mi chiamasse…»

«Infatti è così, Canente. Non ricordi nulla di quello che hai detto e visto mentre eri addormentata sul trono di pietra?»

«Perché mi chiami Canente, Picchio? No, non ricordo.

«No, Martina. Sei davvero una strega… Mentre eri lì seduta hai roteato gli occhi, ma non era il tuo sguardo; avevi il respiro affannoso, hai iniziato a parlare, in prima persona e con una voce non tua, di un attacco notturno al villaggio, di fuoco, di terrore e di sangue, di un figlio e di Eridania. Tu eri Canente, Martina, per un breve attimo sei stata lei, oppure lei ha parlato attraverso di te.» E Brando raccontò alla ragazza confusa e sconvolta le sue parole.

«Ma dici davvero, Brando, non mi stai prendendo in giro? Non so neanche che razza di posto è Eridania, accidenti!»

«Chiedi a Marcello se ti sto mentendo. E poi Erida­nia è la pianura padana, il cui antico nome deriva da Eridano, il fiume Po. Ed è lì che siamo diretti. Ragazzi, si torna a casa, perché la soluzione del mistero ci stava sotto il naso e non ce ne siamo accorti. O meglio, avevo qualche dubbio in proposito, ma ora ho trovato tutte le conferme!»

«Sì, è vero» intervenne anche Marcello, stralunato più del solito. «Hai detto davvero quelle cose, ho sentito anch’io: facevi quasi paura, non eri tu a parlare, Marti­na. Hai persino sussurrato tra le lacrime “non canterò mai più”, e sai che Canente si chiamava così per la voce melodiosa e la passione del canto.»

«E poi questo improvviso desiderio di tornare a casa: non sei davvero tu che lo provi, è Canente. Però non capisco ancora la sua ultima frase “che nessuno ci cerchi mai”. Tu ti sei messa misteriosamente in contatto con lei, ma sono convinto che non sia affatto la povera Ca­nente la forza che ci aiuta e ci spinge ad andare avanti…»

Martina, che nel frattempo si era del tutto ripresa, ridacchiò aggiustandosi i capelli di fiamma un po’ scarmigliati: «Allora finalmente ammettete e riconoscete pubblicamente che sono davvero una strega, eh?».

I ragazzi risero di gusto e la tensione che li aveva presi dopo l’accaduto si dileguò per incanto, anche se Brando, in cuor suo, continuava a rimuginare su quelle parole: “che nessuno ci cerchi mai”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *