Remo Rinaldi – Le tagliatelle si chiamavano “Fuiàdi”

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Per gentile concessione di Roberto Neri

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LE TAGLIATELLE SI CHIAMAVANO “FUIÀDI”

Abitavamo all’attuale numero 52 della via Montanari, nell’allora casa dei Setti, i quali gestivano un caffè con sala biliardi con due entrate, una in via Tabacchi e l’altra in via Smerieri. Nella parte interna della casa Setti, affacciata sul cortile e sull’orto, al primo piano, c’era un ampio loggiato ad archi, ora scomparso, al riparo del quale si poteva giocare nei giorni di pioggia. In casa non c’era la luce elettrica, ma la lu­miera a petrolio. Il corrimano della scala di accesso al primo piano era una stanga grezza, lisciata dall’uso, fissata al muro con un paio di staffe di ferro. Nel cortile c’era un solo cesso, usato da tutti, che non era proprio il massimo della decenza.

Un giorno ero a casa dello zio Rinaldo, maniscalco in Cir­convallazione nord, che abitava in via Fulvia, mi mostrò una bottiglia piena di un liquido denso e scuro. Io chiesi: “Cùsa l’è?”. “L’è asé”, mi rispose e me la fece assaggiare, e io: “Che bòna asé cl’è la sàba!”. Ingenuo sì, ma non tonto.

Nell’inverno, il gelo esterno trasfigurava in magnifici ara­beschi, a forma di complicate foglie d’acanto, il vapore ad­densato ai vetri delle finestre e io avevo sempre i geloni. Un anno ne ebbi uno ulcerato a un calcagno e mia madre mi portava nella farmacia di piazza Mazzini. Il farmacista dottor Silvio Gandini me lo disinfettava con l’acqua ossigenata.

Nelle giornate invernali di gelo, la zia Pia, tagliava in grandi quadrati un paio di vecchi sacchi di iuta, procurati per tempo dallo zio Tullio detto Biagio (Biasèn), facchino al Consorzio. Ce li poneva sotto le scarpe, avvolgendo gli an­goli ai polpacci, tenendoli fermi con un pezzo di spago anno­dato intorno alle caviglie. Così andavamo a scuola senza ri­schio di scivolare e cadere sulla neve ghiacciata. Le nevicate abbondanti non erano rare. Il Comune faceva passare per le vie principali lo spartineve – la puiàna -, un grande triangolo di legno, appesantito da grossi sassi, trainato dai cavalli dei Canèla, per spostare il manto nevoso ai lati della strada.

In una sola stanza a piano terra, nel cortile della casa Setti, abitava la mamma della Gianìna. Una donna ancora giova­ne, sempre vestita di nero, col fazzoletto annodato alla pirata dietro la nuca. Lavorava in campagna a giornata. Nella bella stagione, seduta sul gradino della porta di accesso alla stan­za, cenava con una terrina posata sulle ginocchia colma di radicchi conditi con l’aceto: pane e radicchi, nient’altro. I radicchi e le verdure di stagione si compravano da Cornèli, che manteneva la famiglia coltivando un grande orto, ora scomparso, sito pressappoco nell’isolato tra via Pellico, via Cavour, via Fulvia, viale Circonvallazione. Si era tutti molto sobri a tavola, di sera, ma anche a mezzogiorno. Una cena a base di pane e patate fritte nello strutto con un po’ di rosma­rino e aglio tritati era ritenuta un pasto appetitoso. D’estate: pane e anguria. D’autunno: pane e uva. D’inverno: una fetta di polenta con una noce di burro e un po’ di Parmigiano Reg­giano grattugiato. Ogni sèna la ména a lèt, si diceva. Quando mio padre voleva mangiare bene, diceva a mia madre: “Fa do fuiàdi con al ragù”.

Mia nonna paterna, Anna Franchini, ridotta in quasi pover­tà, era conosciuta da tutti come sgnóra Nina perché rampolla di una famiglia della piccola borghesia terriera di San Felice sul Panaro. Aveva studiato, sapeva leggere e scrivere sen­za difficoltà. Con l’eredità lasciata dai suoi genitori, aveva comprato, in via Montanari, un terzo della casa del vecchio muratore Sante Brani il quale, firmato il contratto di com­pra-vendita nello studio del notaio Borellini, aveva esclama­to: “Arév preferì drizàr sènt prìadi!”. Non per il dispiacere della vendita, diceva mia nonna, ma per la fatica della firma. Al trasferimento di proprietà fu buggerata da qualcuno e la parte di orto che le spettava fu incamerata dalla confinante casa dei Setti.

Al piano terra della casa Brani, in un’unica stanza con il camino, abitava una coppia di vecchi. Lui, burbero, con la schiena curva, conosciuto come al vec Bursàr, campava im­pagliando a nuovo il sedile consunto delle vecchie scranne con la paviera raccolta sulle rive dei canali più vicini. Andava a piedi e ritornava nella mattinata. Stendeva la paviera a seccare al sole, nel cortile. Ogni tanto la spruzzava con l’acqua per mantenerla flessibile. Raccoglieva i mozziconi di sigaretta da terra e li fumava nella pipa.

Tutti i giorni, la Regina, sua moglie, andava all’Ente Comunale Assistenza – al scaldatòi – a prendere un pentolino di minestra. L’Ente era a pochi passi, nel grande edificio del ricovero dei vecchi, ora Centro Culturale Polivalente. Camminava a piedi nudi dalla primavera all’autunno. Per l’inverno aveva un vecchio scialle di lana, un unico paio di calze e le ciabatte. All’estate andava a raccogliere le scaglie dei tronchi dei platani del via­le e qualche stecco, per riscaldare la parte di minestra tenuta per la sera. Nel cortile aveva due galline e, ogni tanto, man­giava con suo marito un uovo sodo. Non avevano figli. La vecchia Ferraresi, che abitava accanto, usciva qualche volta di casa e porgeva ai due, dalla finestra, mezzo bicchiere di vino. Nel 1929 mio padre Célo compiva ventun’anni. Il vec­chio Borsari lo chiamò, gli consegnò un libretto al portatore della Cassa di Risparmio con un deposito di 200 lire e i frutti maturati in vent’anni. Gli disse: “Tuo padre, prima di andare in America, mi ha dato 200 lire, dicendomi di consegnar­tele diventato maggiorenne. Tieni!”. Quando mi raccontava l’episodio, papà era commosso fino alle lacrime. Avrebbe potuto tenersele, diceva, nessuno lo sapeva, e commentava: “Guarda, l’onestà di puvrét!”. Parecchi anni dopo sua mo­glie, la Regina, restò vedova. Venne accolta nel ricovero dei vecchi. Le suore le diedero un cappotto usato. Era contenta, diceva a mia nonna: “Adèsa a stag bèla càlda e a magn i me mandarèn!”.

Tratto da: Via Montanari e dintorni – Ricordi di un Mirandolese invecchiato in esilio

Autore: Remo Rinaldi

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