1602 San Giacomo Roncole – La durata della vita

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LA DURATA DELLA VITA

I medici comuni all’inizio furono esclusivamente Monaci e Chierici. Nel 1135 il Concilio Laterano proibì agli Ecclesiastici di esercitare quel mestiere, che passò nelle mani dei laici. Le malattie, più che con i farmaci, si combattevano con i talismani e gli esorcismi. Le cose andarono molto meglio in seguito alla fon­dazione dei primi Ospedali, adibiti in origine soprattutto a lebbrosari. In conse­guenza alle grandi epidemie di colera e peste, che si abbatterono sull’intera popo­lazione (1348) decimandola, sorsero i Lazzaretti, dove per impedire il contagio, i degenti erano tenuti in quarantena e isolati dal resto del mondo. Era chiaro, che in queste condizioni, a cedere più frequentemente alla morte erano le classi disagiate, i bambini per lo più neonati.

Una di queste tremende malattie infierì nel mirandolese sull’inizio dell’anno 1602, denominata la BURRASCHETTA. Colpì la città, ma in modo cruento la campagna che annotò 360 vittime. Verso la fine di Marzo, la malattia si diradò alquanto. Nei secoli successivi, la durata della vita premiava i più robusti anche se in modo alternato, ma comunque la mortalità infantile era sempre troppo alta.

1878 – su    24   morti 10   furono    inferiori   agli  anni  7

1879 – su    20   morti 12   furono    inferiori   agli  anni  7

1880 – su    16   morti  7    furono    inferiori   agli  anni  7

1881 – su     241  nati maschi ne morirono 168

su 178 nati femmine ne morirono 133

Nel periodo in cui i sangiacomesi furono 2010 abitanti (1893), la durata me­dia della vita era di 33 anni così ripartita: 1% arrivava a 100 anni, il 60% a 66 anni, il resto sui 30 anni. Nel Dicembre dello stesso anno si trova che su 100 decessi vi furono 116 nascite.

LE MALATTIE PIÙ FREQUENTI

La ricerca effettuata, è un estratto, del risultato uscito dal libro dei morti, 1874-75-76:

  • APOPLESSIA
  • BREVE MALATTIA DI PETTO
  • CONGESTIONE CEREBRALE
  • INCAPACE PER ALIENAZIONE DI MENTE
  • IDROPISIA DI PETTO
  • MALATTIA INTESTINALE
  • MALATTIA DI FEGATO
  • SINOCO CEREBRALE
  • GRAVE MALATTIA INFIAMMATORIA
  • TIFOIDE
  • TURBE NERVOSA
  • CONSUNTO DA LUNGA MALATTIA BRONCHITE
  • ASMA
  • MALATTIA SENILE
  • TARA POLMONARE
  • CADUTA DAL FENILE
  • DIFTERITE
  • MALATTIA PELAGROSA
  • FEBBRE PERNICIOSA
  • MORBO REPENTINO

E… LA VITA CONTINUA

La nostra gente così come la nostra storia, è per ovvie ragioni parallela se non similare a quella mirandolese.

Ma la nostra cultura prettamente contadina, ha avuto in sè ed ha ancora una eterna dose di pazienza. La vita dei nostri avi non doveva essere facile, se le me­morie ci tramandano secoli di vessazioni, di ruberie continue, di eccidi e di con­quiste fatte con il ferro ed il fuoco; non poteva essere altrimenti, dal momento che i villici erano allo scoperto e non protetti da mura merlate o armigeri in guar­dia. Le stesse case contadine, di pietra, o di paglia erano prive di qualsiasi como­dità. L’illuminazione era scarsa, e le pareti umide d’inverno roventi destate. Ave­vano uno o due piani al massimo e a stento i raggi di luce riuscivano a filtrare attraverso le finestre asfittiche e sbilenche. Nella stanza da letto era sistemata una cassapanca in cui erano custoditi la poca biancheria, le carte e il danaro, ben chiuso in una borsa di cuoio. I servizi igienici erano assai rudimentali. Gli appa­recchi sanitari erano sostanzialmente due: il bugliolo e la tinozza, ma l’uso non doveva essere eccessivo se i consigli di allora erano «Lavati qualche volta le mani, di rado i piedi, mai la testa».

Nei primi trecento anni, le terre da coltivare erano poche ed i contadini non si spostavano più di tanto. Dal 1590 in poi, verificando sui nuclei familiari che da data «immemorabile» risiedevano a S. Giacomo, si percepisce che nel corso degli anni avvengono spostamenti continui sia in entrata che in uscita. Questo ha reso problematica e faticosa qualsiasi tipo di ricerca sui ceppi più tradizionali, contrariamente alle famiglie nobili sangiacomesi che in questa Villa hanno risie­duto per generazioni.

Fortunatamente, la vita del contado ha subito continue trasformazioni anche se lente e faticose.

Con un salto di altri trecento anni ci portiamo al 1875, e leggiamo su di una monografia del Segretario Capo Municipio di Mirandola dott. Ponizzi Nicandro, una descrizione socio economica sulle nostre campagne. «L’annua rota­zione agraria è generalmente a frumento, frumentone, canapa e morzatelli, ed il periodo è di due anni.

Da qualche tempo alcuni proprietari hanno dato vita alla coltivazione dei foraggi artificiali per il logico mantenimento del bestiame. Non esiste irrigazio­ne, eccettuata soltanto quella che esercitano le risaie di S. Felice e Camposanto, più quelle di Novi. Non si fanno contratti nè vendite nè affitti di acqua. I prati stabili si falciano due volte all’anno, gli artificiali tre o quattro volte. Dopo la fal­ciatura dei fieni si tengono bestiami al pascolo per tre mesi. La nota coltivazione del frumento può rendere dalle quattro alle cinque sementi, cioè dai sette ettoli­tri per ettaro. La segala e il sorgo non si coltivano, l’orzo e l’avena in piccole quantità.

Grande è invece la coltivazione dei pomi, grandi quantità vengono esportati al nord e nel levante. Così pure le pesche che danno una buona rendita. Al mer­cato di Mirandola, il baco da seta è da due o tre anni abbastanza florido (grazie alle produzioni sangiacomesi). Importante è la produzione dei vini, ottimi ma molto grassi, duri e molto colorati. Nei terreni boschivi vegetano pioppi, olmi, roveri, fascini e faggi. La legna che si raccoglie serve per l’uso locale. Riguardo alle specie di bestiame, abbiamo la bovina con una razza «nostrana» che proviene dagli incroci dei riproduttori ferraresi e modenesi con le madri più note. Il peso medio di una vacca è di Kg. 450, quello di un bue è di Kg. 650. Il contratto più in uso è l’affitto in denari che dura un tempo variabile dai 5 ai 12 anni. I fondi che sono affittati sono andati a mezzadria o a colonia o condotti in econo­mia. Il vitto ordinario dei contadini si compone generalmente di polenta con po­ca carne, un po’ di pesce o di formaggio o cipolla. In qualche tempo dell’anno anziché polenta mangiano il pane. Bevono quasi sempre vino sottilissimo. Essi abitano in case isolate ma pulite. Il guadagno di un colono è difficile stabilirlo, dipende dalla maggiore o minore fertilità del terreno e dal tempo che imperversa. I braccianti percepiscono (quando sono occupati) L. 1,00 al giorno nei mesi d’in­verno e L. 1,50 in quelli destate. Le donne vanno a giornata e percepiscono la metà degli uomini. Nell’inverno filano e tessono grosse tele che vengono portate al mercato a Mirandola, da qui esportate a Genova. Gli uomini, quando non hanno da fare nei campi, pelano pertiche, rammendano serragli e fanno corda. Le famiglie che non possono (quelle coloniche) ricavare prodotti sufficienti al lo­ro mantenimento dal fondo coltivato, sono sovvenzionate dal padrone, che copre l’ammanco aprendo una partita di credito da saldarsi negli anni a venire»(1795) – Segretario Capo).

Emilio Andreoli

Tratto da San Giacomo Roncole

A cura del Circolo ANSPI “Le Roncole”

Anno 1987

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