Giovanni Pico – Una culla illuminata

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Una culla illuminata

Di febbraio alla Mirandola c’è di soli­to una gran nebbia. Ci sarà stata quasi certamente anche cinquecen­to anni fa, il 24 febbraio 1463, quando nacque Giovanni, il Pico più Pico di tutti quelli della sua storica Casata.

Nacque nel Castello della sua famiglia, in cui era­no già nati cinque fratelli.

La madre, Giulia, Signora del Castello, era una ve­ra Signora, una Boiardo di nobiltà antica, imparentata con Matteo, l’autore dell’“Orlando innamorato” che precedette quello “furioso” dell’Ariosto.

Il padre, Gianfrancesco I (i numeri romani li attri­buiscono gli storici a cose fatte) era “un uomo d’ar­me” che governava lo staterello della Mirandola, pic­colo quanto si vuole, ma collocato in una posizione tale, come sappiamo, che bisognava prenderlo sul serio. Era certo più rozzo e incolto della madre, suo padre, anche perché tempo per ingentilirsi ne aveva poco, costretto com’era, da “uomo d’arme”, ad anda­re a combattere con i suoi soldati qua e là, fino in Ca­labria, per guadagnare e per farsi degli amici.

Dicevamo che ci doveva essere quel giorno molta nebbia e poca luce se la leggenda che accompagnò quella nascita racconta di un cerchio di fuoco lumi­nosissimo che irraggiò improvvisamente il letto della partoriente, forse per fare intendere – scrisse il nipote biografo che stravedeva per lo zio – che il nascituro sarebbe stato una gran luce, una fiamma d’intelligen­za, fulminea – aggiunse, a zio defunto – “perché la sua vita sarebbe stata brevissima”.

Di scuola in scuola

Quando Giovanni compì quattordici anni, la madre, che aveva intuito che quel piccolo genio aveva bisogno di grandi maestri, andò con lui a Bolo­gna e lo iscrisse in quella prestigiosa Università perché studiasse diritto canonico. Questa materia, pero, era troppo arida per il Nostro che era agitato da domande diverse. Morta la madre l’an­no dopo, abbandonò, a quindici anni, Bologna per Ferrara, dove, ospite del Duca Ercole I d’Este, la cui sorella Bianca Maria aveva sposato suo fratello Ga­leotto, si diede a studi umanistici. “Cupido esplorato­re dei segreti della natura – scrive il nipote biografo – abbandonati quei tristi sentieri (quelli del diritto ca­nonico) si dedicò totalmente alle specula­zioni dell’intelletto e della filosofia, sia umana che divina”.

Un anno a Ferrara, e poi passò a Padova che era un po’ la capitale dell’aristotelismo del tempo, come Firenze lo era del platonismo. Qui il Nostro si dà ani­ma e corpo alla filosofia, che allora era fortemente intrecciata con la teologia, ma unendosi agli amici anche in ricerche giovanili non proprio filosofiche.

Ma l’aristotelismo con il suo rigore anche formale non appagò del tutto Pico che venne attratto dalla si­rena platonica. Va, perciò, a Firenze dove, intorno a Lorenzo il Magnifico, ci sono Marsilio Ficino, grande maestro in platonismo, e Angelo Poliziano, grande umanista, che colpiti dalla sua intelligenza e dalla sua cultura, se lo contendono. Uno lo vorrebbe filosofo, l’altro poeta. “Io sono incerto – scrisse il Nostro a Po­liziano -fra la Poesia, l’Eloquenza e la Filosofia, ma temo che stando seduto, come si dice, in più selle, io finisca di non essere né poeta, né filosofo”.

Scelse la filosofia e, letti i sonetti che ci sono ri­masti, francamente non sbagliò. Ecco tre versi come campione: “Felice donna che con i tuoi rai / scacci l’inverno e l’aria oscura e nera / e d’un inferno un paradiso fai”. Petrarcheggiava.

Non fu del tutto casuale il fatto che mentre Pico, nonostante la sua problematicità, decideva di stabilir­si nella Firenze umanistica e rinascimentale, Leonar­do, più anziano di lui di undici anni, decidesse invece di allontanarsene per andare a Milano verso una cultura di segno diverso, anche se appena delineata. Forse cominciò lì la vicenda delle due culture .

Tratto da: Quei due pico della Mirandola – Giovanni e Gianfrancesco

Autore: Jader Jacobelli 

Edizioni Laterza 

Anno. 1993

 

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