Giovanni Pico e la Cabala Cristiana

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“In questi libri che io mi procurai con non piccola spesa e che lessi con grande atten­zione e con non comune fatica ho rinve­nuto – Dio mi è testimone – non tanto la religione mosaica, quanto quella cristia­na (…) le stesse cose che leggiamo ogni giorno in Paolo, in Dionigi, in Girolamo e in Agostino. Per quanto riguarda poi la filosofia mi è parso di sentire Pitagora e Platone (…)”.

Questa frase di Giovanni Pico della Mirandola si legge nel suo testo più famoso, l’orazione “De hominis dignitate”. I libri a cui allude erano quelli della Cabala.

Il nome di questa singolare dottrina è la traduzio­ne dall’ebraico della parola QBLH, una parola tutta consonantica come l’alfabeto di quella lingua, la cui radice QBL significa “ricevere”. Qabalah equivale,
perciò, a “sapere tramandato”, a tradizione, inten­dendosi per tale quella conoscenza esoterica che era pervenuta soprattutto per via orale.

Dio – ricordiamolo – avrebbe rivelato i suoi misteri (ma Pico non usava il condizionale) a un gruppo di angeli del Paradiso i quali, dopo la caduta e con pec­caminosa indiscrezione, li avrebbero confidati par­zialmente agli uomini: ad Adamo che li passò a Noè, e da questi ad Abramo che emigrò in Egitto. Fu così che gli studiosi ebrei poterono introdurre quei fram­menti del sapere divino nella loro filosofia. Mosè, du­rante i quarant’anni del suo peregrinare nel deserto, cercò di ricostruire quel sapere nella sua interezza e partecipò gli straordinari risultati della sua riflessione a settanta eletti che, a loro volta, li trasmisero ai loro adepti. Che il sapere di Dio non potesse essere parte­cipato a tutti senza corrompersi, che esso dovesse es­sere avvolto in formule protettive, che occorresse una particolare iniziazione per attingerlo, era convin­zione certa e diffusa agli albori di quasi tutte le reli­gioni, e da ciò derivavano quelle dottrine esoteriche che anche Pico fece proprie. Da qui anche il rifiuto delle parole comuni, troppo strumentali e razionali, e la preferenza per parole arcane e soprattutto per i numeri che nella loro esteriore insignificanza ripara­vano meglio i significati riposti della scienza di Dio e attribuivano un grande potere spirituale, ma spesso anche materiale, a chi li sapeva intendere e combinare con quelle pratiche che furono definite “ars numeondi” e “ars combinandi”.

La Cabala cominciò a prendere forma nel terzo secolo avanti Cristo in ambiente ellenistico e si affac­ciò all’Occidente nel XIII secolo, già profondamente trasformata rispetto ai suoi inizi, anche per l’influen­za che su di essa esercitò la filosofìa platonica. Se ne fece propagatore, in Euro­pa. Ramon Lull (Raimon­do Lullo), mistico catala­no, grande conoscitore della lingua ebraica, vissu­to tra il 1232 e il 1315 nel periodo in cui fu anoni­mamente elaborato il testo cabalistico più famoso: il SeferZohar, il “Libro dello Splendore”.

A iniziare Pico alla Ca­bala furono, a Padova, vari maestri, e a indottri­narlo – a Perugia – fu Fla­vio Mitridate, un ebreo si­ciliano convertito.

Marsilio Ficino, il gran­de maestro di neo-platonismo, di cui Pico divenne a Firenze il miglior allievo, oltre che amico, aveva in­tanto tradotto in latino quel “Corpus Flermeticum”, attribuito a un mitico Mercurio Trismegisto (tre volte grande), che rappresentò nel Rinascimento una specie di summa dell’esoterismo, e ad esso si rifaceva indirettamente anche la Cabala.

L’adesione di Pico alla Cabala non contraddiceva la sua fede ma, anzi, tendeva a comprovarla e ad uni­versalizzarla. Egli si era infatti persuaso che, proprio grazie alla Cabala, i dogmi della religione cristiana, quali la Trinità 0 l’Incar­nazione, venivano confer­mati e, tramite essa, i con­trasti fra le diverse religio­ni, specie fra la giudaica e la cristiana, si rivelavano soltanto superficiali se non apparenti.

Una delle Tesi respin­te dalle autorità ecclesia­stiche affermava perentoriamente: “Nessuna scien­za può convincere della divinità di Gesù Cristo più della Magia e della Cabala”. I maggiori inter­preti hanno disputato molto sul vero significato di questa affermazione pichiana che pare davvero giustificare la condanna ecclesiastica perché fare di Cristo un mago era quanto di più eretico si potesse sostenere. Ma Garin ha posto termine alla disputa chiarendo il vero pensiero del mirandolano che in un’altra Tesi affermava che i miracoli di Cristo non sono frutto di arti magiche. Se non lo sono, se essi possono essere compiuti per virtù naturali, quali sono anche quelle magiche, l’affermazione che pro­prio la Magia e la Cabala confermano la divinità di Cristo vuol significare soltanto che esse, testimonian­do i limiti delle virtù naturali, attribuiscono i miracoli alle virtù soprannaturali di Cristo. Per Pico – questo è il punto – la Cabala non è una religione, ma una di­sciplina che rende possibile la migliore interpretazio­ne della parte oscura della Bibbia. È una chiave di cui servirsi per penetrare nelle sue verità, non una verità alternativa.

Pico è stato certamente la personalità più di spic­co della Cabala cristiana, Cabala che l’inglese Frances A. Yates, la più nota studiosa dell’occultismo, ritiene sia stata “la chiave di volta nell’edifìcio del pensiero del nostro Rinascimento”.

Il passaggio dalla Cabala, anche da quella cristia­na, a forme di magia bianca, e talvolta anche nera (la distinzione era nei fini che ci si proponeva), era qua­si fatale, e anche Pico fu da alcuni esaltato come un mago, e da altri accusato d’esserlo. Girolamo Benivieni, che fu certamente il suo amico più affezionato, scrisse ad un accusatore, ventun anni dopo la morte del Mirandolano: “Hora voi avete a intendere che mentre che il Conte stette in Firenze, che furono più anni (…), io fui quasi sempre con lui perché caval­cavamo la sera a spasso et non ohstante che et della magia et della caballa et di simile altre cose si ragio­nassi molte volte, io per me lo vidi sempre inclinato più presto a deridere tale doctrina, parlo della ma­gia, che a prestare fede et a tentare alcuno experi­mento. Però che la caballa (per quanto riguarda in­vece la cabala), in quanto ella è una interpretazio­ne de’ mysterii de la Sacra Scriptum, so che ne fé tradurre alcuni libri, non già per fare miracoli, co­me sognano cotestoro, o prophetare, ma per servirse­ne in el commento ch’egli baveva in intenzione di fare sopra tuto el corpo de la Scriptum”.

Tratto da: Quei due Pico della Mirandola – Giovanni e Gianfrancesco

Autore: Jader Jacobelli

Edizioni Laterza

Anno: 1993

L’immagine del Vasari ritrae Lorenzo il Magnificotra umanisti ed artisti.Giovanni Pico è il terzo alla sua sinistra.

One Response to Giovanni Pico e la Cabala Cristiana

  1. Ubaldo Chiarotti scrive:

    Potremo sforzarci per anni e decenni, ma non arriveremo mai a dare il giusto peso, il giusto valore a questo nostro concittadino, conosciuto, studiato e rispettato in tutto il mondo…… tranne a Modena, Carpi e Sassuolo dove celebrano il festival della filosofia tagliando fuori la patria del MIRANDOLANO!

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