Tradizioni natalizie – Al Broch ad Nadàl

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Acquerello di Aleardo Cavicchioni

natale

Finalmente, anche nei tempi antichi, arrivava il 25 dicembre, giorno di Natale, il giorno festoso in cui la Chiesa saluta la nascita del Salvatore.

Una giornata di festa per tutti, credenti o no, la gior­nata dedicata in ogni caso alla famiglia. Va detto subito, per rien­trare nel solco della tradizione, che dalle nostre parti il classico ce­none natalizio, quello con il capitone e il panettone da consumarsi nella notte che precede il Natale, non ha mai avuto un grande ri­lievo. Se c’era qualcosa di diverso dalle altre nottate, stava nel fat­to che parecchia gente andava alla messa di Natale.

Grande impor­tanza era invece attribuita al pranzo del giorno di Natale, nel qua­le, di solito, non si faceva molta economia. Un pranzo del tutto tradizionale, di cui si parlerà fra poco, perché nella “Bassa”, prima di andare a letto oppure alla messa di Natale, che iniziava a mez­zanotte, bisognava adempiere ad un impegno irrinunciabile e cioè quello di accendere nel camino il “ceppo di Natale”, vale a dire la grossa radice di una pianta ad alto fusto, detta anche nel nostro dialetto la “Zocca ad Nadal”, facente parte della ristretta famiglia dei “brocchi”.

Il “brocco di Natale”, come detto, doveva essere ac­ceso la sera della vigilia e durare, con qualche sapiente accorgi­mento, fino a Capodanno. Se il ceppo si spegneva, potevano es­serci dei problemi nell’anno in procinto di arrivare. Non solo, ma i carboni che restavano dopo la consumazione totale del “ceppo sa­cro” venivano in parte conservati, perché, secondo tradizione, era­no portatori di grandi poteri benefici, in quanto proteggevano la famiglia dalle intemperie, dagli incendi e dagli spiriti maligni. Che una volta, forse, esistevano.

Finita la messa di mezzanotte, tutti a letto, perché Babbo Natale non esisteva ancora e i regali per i bambini sarebbero giunti solo con la “Vecchia”, cioè con la Befana. E a mezzogiorno si arrivava al pranzo di Natale, il quale, benché i tempi fossero molto più du­ri di adesso, era quasi sontuoso in molte case. La nascita del Si­gnore doveva essere festeggiata a dovere.

Il menù tradizionale era pressappoco questo: tortellini fatti in casa (i “caplett”) e cotti in un buon brodo di manzo e cappone, con una bella spolverata di formaggio nel piatto. Da notare che formaggio dalle nostre parti significava soltanto quello che oggi si chiama Parmigiano-Reggiano, altri formaggi, ad eccezione della ri­cotta, erano praticamente sconosciuti. Dopo i tortellini arrivava il bollito di manzo e di cappone; però i benestanti aggiungevano anche uno splendido zampone fatto bollire per almeno cinque ore nell’apposita “zamponiera”, un tegame di rame a forma allun­gata. Come dessert, una bella fetta di “pane di Natale”, perché la cultura del panettone milanese giunse nella “Bassa” soltanto dopo l’ultima guerra mondiale. Ma le famiglie dei ricchi e dei notabili consideravano molto fine l’assaggiare anche un pezzo di “spongata”, un dolce originario di Brescello, nella Bassa reggiana. Il vino era di un solo tipo, il Lambrusco, sia di Sorbara che Salammo di Santa Croce.

Ma ciò che non poteva mancare sulla tavola di Natale era un pezzo di “zucca”, questa grossa cucurbitacea (il cui nome scientifi­co è “Cucurbita Pepo”), originaria dell’America meridionale e giun­ta dalle nostre parti, con enorme successo, solo nel Settecento. Ma se è vero che la zucca ha avuto tanta fortuna sia in Emilia che nel­la bassa Lombardia, è altrettanto vero che la zucca ha saputo resti­tuire tale fortuna. Perché porta bene: era infatti (ed è ancora) tradi­zione assai consolidata che chi mangia zucca il giorno di Natale avrà denaro per tutto l’anno che sta per arrivare. Porta bene man­giarne un pezzo anche per Capodanno.

Ma se la zucca consumata a Natale portava fortuna, erano di buon auspicio anche gli avanzi del pranzo natalizio: con il vino e l’olio avanzati sulla tavola era possibile curare contusioni e piccoli tagli, con il vino di Natale si potevano curare con un certo succes­so le piaghe sulla schiena degli animali da lavoro e si manteneva sana la semente del frumento nel granaio; infine, con la cera delle candele natalizie (che poi in genere erano natalizie per tutto l’an­no, dato che non tutti avevano la luce elettrica), si potevano cura­re le “botte”, cioè le piccole lesioni traumatiche. In varie zone del­la “Bassa” si pensava anche che portasse fortuna indossare per la prima volta, il giorno di Natale, una camicia nuova, ma andava be­ne anche un altro indumento, benché una forte corrente di pensiero, probabilmente maggioritaria, ritenesse che rinnovare un capo di vestiario era una cosa che andava bene per Pasqua.

Tratto da: Antiche tradizioni mirandolane

Autore Giuseppe Morselli

Edizioni Bozzoli

Anno 2006

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