” La Pelosa” Un crudele gioco da ragazzi

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LA “PELOSA”, UN CRUDELE GIOCO DA RAGAZZI

Un tempo era in voga nelle colonie balneari al mare e in Secchia

Chi ha frequentato le colonie balneari al mare e in Secchia fino agli anni 70, ricorderà un gioco alquanto singolare: la «pelosa». Si trattava di un robusto filo di ferro di una ventina di centimetri, da una parte a punta smussata e dall’altra chiuso a occhiello; spesso era ricavato dai raggi delle vecchie biciclette.

Il gioco richiedeva la presenza di un piccolo campo – largo una ventina di centimetri – di sabbia secca per conficcarvi il piccolo attrezzo di punta, dopo le più varie e strane evoluzioni. I bambini erano seduti gli uni di fronte agli altri a gambe incrociate, sotto i tendoni a righe bianche e blu. Si giocava “alla vecchia” (più facile) e “alla nuova” (più difficile) con tutta una serie di figure ché partivano dalla mano, per arrivare alla testa e ritorno. Ecco alcuni esempi: si appoggiava la punta sulla testa, sulla fronte, su una spalla, sull’altra; oppure di piatto, sul palmo o sul dorso della mano o su due dita aperte a corna. Si lanciava il ferretto facendo perno e appoggio sulla punta o sull’intero asse: la «pelosa» doveva fare alcune evoluzioni dichiarate e piantarsi dritta o quasi nella sabbia dalla parte della punta. La serie dei tipi di lancio era codificata solennemente all’inizio della gara.

Ecco una classica frequenza di tiri anni 50 “alla vecchia”:

fase 1: si partiva con la «pelosa» puntata sul palmo della mano e col dito indice sull’anello; si imprimeva una rotazione di 360° («al gir d’la mort») e la «pelosa» si doveva piantare bella dritta nella sabbia;

fase 2: «al prìll l’era da fèr» sul mignolo e su tutte le altre dita fino al pollice;

fase 3: si ripeteva sul dorso della mano, poi si passava al gomito, alla spalla, al mento, al naso, alla fronte e sulla testa, per finire ai piedi, quando si doveva piantare la pelosa nella sabbia, lanciandola con una rotazione di 180° a guisa di coltello. Chi sbagliava «al duviva paghèr penitèinza».

In colonia il gioco era proibito, perché si smontavano pezzi di recinzione distruggendo la rete divisoria dei cortili, e poi perché c’era pericolo per gli occhi, anche se non si è mai avuta notizia di incidenti. C’era anche un terzo motivo che spingeva le incaricate alla sorveglianza a sequestrare e distruggere subito i preziosi attrezzi, ottenuti con destrezza e duri sforzi: la penitenza era efferata, un vero e proprio rito spietato, ma atteso da tutti i presenti al gioco, che si accomodavano compiaciuti per godersi lo spettacolo. Quanto prima un giocatore commetteva un errore nella serie dei lanci, tanto più dura era la penitenza che gli altri compagni gli preparavano. E proprio nella penitenza che risiede l’origine del curioso appellativo «pelosa», dovuto al fatto che la «baslàtta» (il mento) si sporcava di sabbia e il ragazzino sembrava avere la barba, che gli sarebbe spuntata dopo pochi anni. Il mento si sporcava quando uno sbagliava il lancio e la «pelosa» non si conficcava dritta secondo i canoni: e allora c’era la penitenza da fare.

Da più testimonianze, però, è stata suggerita un’altra ipotesi di derivazione ben più maliziosa – dell’origine del nome, dovuta alla forma dell’anella, tondeggiante e, come è facile intuire, la simbologia era legata al sesso femminile. In ogni caso, gli avversari del perdente nascondevano la «pelosa» sotto un mucchietto di sabbia, sprofondandola con un pugno. A questo punto, egli doveva ritrovare e scoprire il ferretto: in ginocchio e con le mani dietro alla schiena si usava prima il mento, per poi prenderla con la bocca o con i denti, lavorando, se possibile, anche con il soffio. Una volta spianata la montagnola di sabbia, ci si alzava in piedi con l’anello del ferretto in bocca e, infine, bisognava mollare la «pelosa»: questa si doveva piantare dritta, altrimenti era tutto da rifare!

Nelle versioni più sofisticate si poteva stabilire anche un limite per i colpi di mento e i soffi concessi. Da altre testimonianze, risulta anche questa variante: in alcune compagnie di ragazzi, già all’inizio del gioco si nascondeva la “pelosa” sotto una montagnola di sabbia e ogni giocatore doveva estrarre il ferretto mordendolo per l’anella. Era un gioco del passato, semplice, di gran divertimento e a costo zero; e dove, tuttavia, era presente un certo tasso di crudeltà, nel veder soffrire il perdente…

Tratto da: “Nuovo Parolario Modenese”

A cura di : Francesco Battaglia e Mauro D’Orazi

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