Gavioli Don Francesco – La Chiesa Parrocchiale di S.Martino Carano

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Pianta del territorio di San MartinoCarano compilato dall'agrimensore Bertoli della Mirandola nel 1783 (Raccolta Gaviolana - Nonantola)

strega

Nell’Archivio Storico della fu Commissione di Storia Patria della Mirandola, conservato nella Biblioteca Comunale, si trova un fascicolo con varie carte, la maggior parte autografe del Can. Felice Ceretti, da es­se ho tratto questi brevi cenni storici intorno all’argomento citato, spe­rando che altri più capaci, possano continuare un certo discorso di ricer­che e di approfondimento della materia della quale sto esponendo.

Di San Martino Carano ed anche solo Carano non si hanno notizie certe e sicure dei tempi romani. Della sua origine ed etimologia nulla ci dissero gli antichi Cronisti. Solamente il P. Francesco Ignazio Papotti dei M. O. (n. 1670 – m. 1752) nelle sue Memorie delle Chiese rurali dello Stato della Mirandola, scrivendo di San Martino Carano dice: “Carano, nome corrotto dicendosi prima in Carrate o Carrade a cagione delle mol­te carrade o andate fattevi da carri per tutto il villaggio”. Questa affer­mazione non regge tanto che il Ceretti ricorre al Clossarium di Carlo Du Gange che alla voce Caranum scrive: “In una carta del 1018 che si con­serva nell’Archivio di Stato di Modena e che riguarda il Monastero di Marola nel Reggiano si legge che il Conte Ugo donò un censo di due ca­reni al Monastero”. Sembra dunque che il Careno a quei tempi fosse una moneta e se è lecito congetturare forse da tal moneta che i Monaci di Marola esigevano dal censo imposto alla Chiesa dì San Martino, ne ven­ne tale denominazione.

La prima notizia certa che abbiamo su S. Martino Carano è una Bolla del Papa Lucio III del 4 aprile 1140 con la quale conferma al Ve­scovo di Reggio ed ai suoi sucessori le terre e i beni già posseduti tra i quali vi è la Pieve (sic) de Careno cum cappella de Mirandola (Taccoli – parte II, pag. 547).

In molte altre carte del Monastero di Marola San Martino Carano risulta sempre alla dipendenza del citato Monastero. Così pure nella Bol­la del Pontefice Celestino III del 1192 fra gli antichi possedimenti del Monastero risulta “la Chiesa di San Martino Carano”. Nella descrizione dei confini del territorio modenese fatta da Arrigo da Varana e da Pietrobono su ordine del Podestà di Modena il 15 luglio 1222 è pure indica­to S. Martino Carano. In un documento edito da Taccoli e tolto dal Li­bro Grosso intitolato Pax Constantiae si legge che il 29 aprile 1322 gli uo­mini di San Possidonio e di San Martino Carano elessero Pietro Cassa de’ Braghiroli, cittadino reggiano, a giurare fedeltà a nome loro, al Co­mune di Reggio. Pure gli Statuti della Mirandola del 1386 parlano di San Martino Carano nella rubrica De fraudibus datiorum in merito ai confi­ni.

Dopo queste sommarie notizie parliamo ora della Chiesa. Sin dal 1192 esisteva presso la Mirandola una cappella o chiesetta dedicata a San Martino vescovo di Tours però sempre alla dipendenza del Monastero di Marola, soggetta però, nello spirituale, alla Pieve di Quarantoli. Quando poi dalla citata Pieve nel 1470 venne stralciato una parte del territorio per erigere la parrocchiale della Mirandola la cura spirituale degli abitan­ti di San Martino passò ai Prevosti della medesima, i quali, con vero spi­rito sacerdotale ebbero cura di questa porzione del gregge per ben un se­colo e mezzo.

Gli abitanti di San Martino Carano, pur riconoscendo le beneme­renze del Prevosto della Mirandola nei loro confronti, credettero ormai maturo il tempo di distaccarsi per elevare il loro territorio al grado di Parrocchia. Il desiderio venne esaudito il 27 aprile 1619 quando il Vesco­vo di Reggio Claudio Rangoni elevava San martino Carano alla dignità di Parrocchia stracciando il territorio dalla Mirandola e nello stesso tem­po concesse ai Prevosti della medesima la nomina dei futuri Parroci. Dal Decreto di erezione risulta la supplica degli Uomini di San Martino Carano con la quale notificavano al Vescovo “di haver già rifabbricata la Chiesa, (era stata prima abbruciata ed atterata dalla guerra), capace per il popolo che era d’anime 260 incirca da comunione ed una casa per la famiglia del Parroco, ed oltre la primizia lire 28 moneta della Miran­dola ogni anno al predetto parroco, e di pagare 50 scudi a Giacomo Ca­raccio canonico della Mirandola per tante pietre contribuite per la riedi­ficazione della Chiesa, e di mantenere continuamente la lampada del SS.mo e fare altre opere per il mantenimento di detta chiesa come da scrittura del notaio Raffaele Bortolaia della Mirandola in data 14 aprile 1619”.

La chiesa ristrutturata nel 1619 sopra ad un altra preesistente del 1599 era ad una sola navata con capriate scoperte. Non aveva nessuna architettura e fu costruita con materiale molto scadente . Al dire del Papotti assomigliava ad una tettoia, che noi oggi chiamiamo col nome di barchessa. Essa rimase in tale stato sino ai primi anni del secolo XIX quando assunse la parrocchia il nuovo rettore D. Pietro Fiozzi, il quale la volle restaurare affidando i lavori al capomastro Giovanni Benatti del­la Mirandola. Se tale lavoro fu encomiabile da una parte, fu però infeli­cissimo per un altro lato perchè non furono esaminate attentamente le capriate, le quali, erano molto patite alle estremità per cui minacciavano di cadere da un momento all’altro. Il rettore Don Giovanni Romano Na­tali succeduto al Fiozzi corse subito ai ripari facendo lavori di consolida­mento ed altri lavori necessari sostenendo la spesa con denari personali e con offerte date dai Parrocchiani.

Molte cose, sono al dire del Ceretti, censurabili dal lato architettoni­co, però il Don Natali fece opera encomiabile per la parte statica della Chiesa

La Chiesa era ornata da quattro altari: il maggiore che al tempo del P. Papotti “aveva un tabernacolo di legno colorato entro del quale era una immagine di Maria Vergine dipinta sul muro con una ancona in par­te dorata e in parte colorata. In cornu epistolae un antico altare dedicato a S. Maria Bianca. Nel quadro oltre la B, V. in alto vi erano le immagini di San Francesco d’Assisi, S. Ignazio Loiola, San Francesco Saverio, Santa Lucia V. M, S. Filippo Neri e S. Veronica. Sopra l’ancona un quadretto di forma ovale con l’immagine di S. Pietro Apostolo e nel bas­so un angioletto con in mano lo stemma gentilizio della Casa Piazzoni alias Baroncini. Tale quadro era tenuto dai competenti in arte di “buon pennello’’. Inoltre vi era l’altare di san Giovanni Battista però di nessun pregio. In cornu Evangelii vi era l’altare dedicato alla SS.ma Trinità con un quadro raffigurante San Giovanni Battista, San Giovanni Evangeli­sta, la Beata Vergine Maria, San Giuseppe, San. Antonio di Padova, e S. Giacomo il tutto racchiuso in una ancona di legno dorato architettonica­mente di buon gusto. L’altro altare era dedicato a vari santi ma il Rettore Fiozzi lo dedicò alla Madonna di Lourdes della quale era devotissimo e la spesa per la costruzione fu sostenuta tutta da lui.

Accanto alla Chiesa fu costruita nel 1673 il campanile con guglia che al dire del P. Papotti “non era bello anzi una stonatura architettonica e si trovava in pessime condizioni’’.

Il rettore D. Alfonso Mantovani pensò di rimetterlo in buon stato nel 1909 dando ad esso una forma architettonica di stile gotico­lombardo. A ricordo di tale avvenimento venne posta una lapide con la seguente iscrizione:

QUESTA TORRE
SQUALLIDA PER VETUSTÀ
DISTRUTTA DALLA CIMA AL MEZZO
IL RETTORE ALFONSO MANTOVANI
CON OFFERTE PROPRIE E DEI FEDELI

PER I CAPI MASTRI MURATORI
GIOVANNI BENATTI E LEONIDA TOMASINI
IN MIGLIOR FORMA E CON SOLIDEZZA
RIEDIFICAVA

DI NUOVI E PIÙ COPIOSI BRONZI
FUSI

DAL CAV. GIUSEPPE BRIGHENTI
L’ORNAVA E ARRICCHIVA
CORRENDO L‘ANNO DELLA SALUTE 1909
A. P. R.

Anticamente sul campanile vi erano due campane una di peso 11 e libbre 5 fusa per la carità dei fedeli e la notte dei morti del 1673 si ruppe. Venne rifusa e posta nel campanile il 13 gennao 1674. La seconda campana era di pesi 8 e fu fatta fondere a spese del Popolo della Comunità nel 1620

Alessandro Giuseppe Spinelli nel suo lavoro storico: “Le campane del Modenese” alla voce Riatti ha che Filippo Riatti fuse per la Chiesa di San Martino Carano una campana nel 1789.

Un’altra fusione di campane avvenne nel 1909 per cura del rettore Man­tovani affidando il lavoro alla Ditta Brighenti di Bologna.

Le iscrizioni furono dettate dal Can. Luigi Pittigliani curato del Duomo della Mirandola. Furono consacrate il 7 novembre dal Vescovo Mons. Andrea Righetti e poste nel campanile l’11 successivo, festa del Protet­tore. Per l’occasione venne dedicato al fonditore Brighenti e ai capi ma­stri Giovanni Benatti e Leonida Tomasini un’ode composta da M. Tognetti e stampata dalla Tipografia di C. Grilli della Mirandola.

A chiusura di questi cenni storici riporto ben volentieri una frase di un grande poeta Don Nemesio Monticelli il quale ci invita a studiare il passato “perchè le memorie antiche, siano pur anco di lieve importanza e circoscritte nella cerchia di picciol luogo, occupano con diletto ed utili­tà la mente dell’uomo colto, dell’uomo amante del suo paese”.

Gavioli Don Francesco

Tratto dell’opuscolo La Sgambada

Edizioni Al Barnardon

Anno1984

Facciata della Chiesa di S. Martino Carano.

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