Le leggi razziali – Finale Emilia e la Bassa

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Nell’ottobre del 1938 si cominciò a parlare di ebraismo e di provvedimenti razziali importati dalla Germania.

Erano cose difficili da capire perché da noi gli ebrei erano cittadini ben in­tegrati e stimati. Si diceva che si sarebbe vietato loro di frequen­tare le scuole, di prestare servizio nell’esercito, di frequentare i locali pubblici, i teatri e i cinematografi. I provvedimenti contro gli ebrei arrivarono con la promulgazione delle leggi antisemite avallate dalla monarchia e furono motivo di indignazione per la stragrande maggioranza degli italiani. Esse apparvero estranee alla storia del nostro Paese. La questione razziale venne intesa come un prodotto di importazione e come il frutto dell’adeguamento fascista alla “moda” tedesca.

La campagna razziale provocò un allontanamento marcato se non definitivo della Chiesa dal Regime. Un primo distacco si era verificato nel 1934, quando, secondo la Santa Sede, Mussolini non intervenne adeguatamente in difesa del Presidente cattolico dell’Austria Dolfuss, ucciso per ordine di Hitler. Il popolo italiano davanti a questi fatti fu molto sensibile e piano piano il rapporto con Mussolini andò affievolendosi, ma ormai il dittatore era legato al carro nazista e non poteva più tornare indietro.

I censimenti parlavano di circa 47.000 ebrei in Italia. Una mi­noranza che era dedita al commercio, alle attività legate all indu­stria e alla libera professione; più di 2.000 erano dipendenti della pubblica amministrazione e un migliaio infine gli addetti al cre­dito e alle assicurazioni.

La Bassa modenese ospitava a Finale una piccola comunità ebraica che vi si era insediata intorno al 1450. Fiorente nel 700, si era ridotta gradualmente dopo l’Unità d’Italia. Nel 1938 restavano soltanto poche famiglie, illustri per cultura e per l’impegno nelle professioni. Erano gli Osima, i Castelfranchi, i Coen, i Finzi, i Rimini, i Sacerdoti. Questi ultimi, costruttori e pro­prietari del Castello di Massa Finalese, avevano acquisito nel 1895 il titolo di “Conti di Carrobbio”. Molti appartenevano a famiglie cattoliche da generazioni remote 6.

Le disposizioni legislative per la Difesa della Razza si abbat­terono sulle comunità ebraiche; le vergognose disposizioni ven­nero emanate sotto forma di Regi Decreti, firmati da Mussolini e controfirmati dal Re.

Fu un susseguirsi di leggi sempre più re­strittive allo scopo di espellere gli appartenenti alla razza ebraica dalle scuole, dalle amministrazioni pubbliche, dalla vita civile in genere onde obbligarli a lasciare l’Italia. Veniva precluso sia l’inse­gnamento che l’accesso agli studi e imposto il divieto di esercitare la professione di notaio e giornalista; inoltre ai cittadini di razza ariana era vietato contrarre matrimonio con persone appartenenti alla razza ebraica. Infine i cittadini ebraici avevano l’obbligo di autodenunciarsi come tali affinché sui registri di stato civile venisse riportata tale annotazione.

Non potevano più prestare servizio militare, né essere pro­prietari di aziende, di terreni o di fabbricati che superassero certi parametri di legge. Tutto ciò non bastava. L’articolo 13 del Regio Decreto Legge n° 1728 del 17 novembre 1938 stabiliva che gli ebrei non possono avere alle proprie dipendenze persone appar­tenenti alla razza ariana . Quanto ai beni eccedenti i parametri prefìssati, veniva instaurato l’obbligo di cedere ad uno speciale Ente di gestione la parte che superava i limiti imposti dalla legge n 126 del 9 febbraio 1939: un vero atto di rapina compiuto dallo Stato il quale lo perfezionerà più tardi vincolando i lasciti degli ap­partenenti alla religione ebraica (Legge del 13/07/1939, n° 1055). Questo decreto specificava anche che “non è considerato di razza ebraica colui che abbia un genitore di razza ebraica che appartenga ad un’altra religione alla data del 1° ottobre 1938”. Quest’ultima disposizione costituì la salvezza per molti nati da matrimoni misti, grazie alla solidarietà di tanti parroci che, nei loro registri parroc­chiali, fecero apparire tanti battesimi fittizi con data anteriore al 1° ottobre 1938 .

La parte più traumatica delle leggi riguardava l’impiego degli ebrei nelle amministrazioni pubbliche. Essi venivano esclusi da tutte le branche centrali e locali, comprese le aziende municipalizzate e le banche. Per queste norme a Finale dovettero immediatamente lasciare i loro impieghi Ada Osima che gestiva la Farmacia Comu­nale in Piazza Verdi; il dott. Roberto Finzi, “il medico dei poveri” di Massa, e la maestra Elvira Castelfranchi a un anno dal pensionamen­to. Una delibera del Podestà di Finale provvide alla loro “dispensa dal servizio a far tempo dal 28 febbraio 1939, visto il R.D.L. del 17 novembre 1938, n° 1728, dato atto i suddetti appartenere alla razza ebraica . Anche il dott. Emilio Castelfranchi, medico chirurgo assai stimato che lavorava presso il locale Ospedale, fu costretto ad abbandonare la professione e venne inoltre decretata anche la sua espulsione dall’esercito.

Una tragica protesta contro l’odiosità delle leggi razziali ven­ne espressa il 29 novembre 1938 a Modena da Angelo Fortunato Formiggini, un personaggio notissimo, israelita, scrittore, poeta ed editore che si suicidò gettandosi dall’alto della Ghirlandina. Le leggi razziali lo avevano privato della sua casa editrice, “la mia creatura” aveva detto. Dispose che le raccolte e le opere da lui pubblicate fos­sero conservate nella Biblioteca Estense della sua Modena. Scrisse alla moglie una lettera che aveva il valore di un testamento spiritua­le, quindi, vestito come per una cerimonia, si gettò nel vuoto dalla Ghirlandina, la torre che domina la città.

Con la rozzezza che lo contraddistingueva, Achille Starace de­dicò a Formiggini un disgustoso epitaffio: “É morto proprio come un ebreo, si è buttato dalla torre per risparmiare un colpo di pistola!”. La Gazzetta e i giornali modenesi non dedicarono una riga all’episodio .

La promulgazione delle leggi razziali aveva provocato forti at­triti tra il fascismo e Pio XI, ormai prossimo alla morte. Il Papa era già stato chiaro con la “Mit brennender sorge” l’anno prima; ora la sua deplorazione era altrettanto esplicita: “L’antisemitismo è inam­missibile. Noi, spiritualmente, ci sentiamo semiti!”, aveva dichiarato. Lo sdegno contro Mussolini e le leggi razziali crebbe a tal punto che sarebbe dovuto sfociare l’11 febbraio 1939 in una denunzia pubblica che non venne pronunciata perché Pio XI morì il giorno innanzi: le copie e i piombi di questo discorso vennero distrutti. Le persecuzioni determinarono nelle comunità ebraiche il fenomeno dell’emigrazione: migliaia di ebrei abbandonarono l’Italia per tro­vare rifugio oltre Oceano. Anche il fisico Enrico Fermi, padre della bomba atomica, si trasferì negli Stati Uniti; ciò provocò in diversi settori scientifici dei vuoti non facilmente colmabili . La gente fu solidale con le vittime. Fino a quando non arrivarono i tedeschi gli ebrei poterono trovare ovunque un tetto ed un lavoro. Ciò fu possi­bile perché il popolo italiano aveva rifiutato l’antisemitismo.

L’immagine mostra la folla degli abitanti di Finale Emilia che ascoltano un discorso del Duce dal balcone del Municipio. (Da “Fotocronaca del ventennio” di Gianluca Borgatti)

Tratto da: La Bassa Modenese tra il primo e il secondo conflitto mondiale.

Autore: Nerino Barbieri – Seconda ristampa anno 2010

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