Bello a sapersi – Cosa sappiamo del Castello Pico?- Maurizio Bonzagni

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Maurizio Bonzagni

Maurizio Bonzagni

Chimico, nato a Mirandola nel 1958, ha lavorato a lungo come responsabile vendite presso una multinazionale di materie plastiche ma è soprattutto un appassionato di storia locale di cui è da anni un attento lettore. Dopo aver arricchito la propria biblioteca di numerosi testi su Mirandola e la Bassa Modenese e raggiunta recentemente la pensione ha iniziato la collaborazione con Al Barnardon per condividere e contribuire a divulgare la splendida storia delle nostre terre, spesso sconosciuta o ignorata da molti dei suoi stessi abitanti.

Cosa sappiamo del Castello dei Pico?

Cartolina inizi '900 con la Galleria Nuova di Alessandro II Pico e la Montagnola sullo sfondo

Cartolina inizi ‘900 con la Galleria Nuova di Alessandro II Pico e la Montagnola sullo sfondo

Il Torrione della Mirandola nella ricostruzione di Giacinto Paltrinieri

Il Torrione della Mirandola nella ricostruzione di Giacinto Paltrinieri

Pianta del Castello con ricostruzione delle parti distrutte di Giacinto Paltrinieri e pianta attuale

Pianta del Castello con ricostruzione delle parti distrutte di Giacinto Paltrinieri e pianta attuale

Tutto comincia alla morte senza eredi di Matilde, nel 1115. Gli enormi domini dei Canossa diventano terre di contesa tra l’Impero, del quale i Canossa erano feudatari, e il Papato alle cui Curie, Monasteri e Chiese Matilde aveva donato i suoi vasti possedimenti che coprivano gran parte del nord d’Italia. La contesa terminerà solo ben 100 anni dopo la sua morte.

Le terre della nostra Bassa erano state donate da Matilde in feudo a suoi valorosi capitani, Manfredo e i suoi figli. Nei 100 anni che seguirono le famiglie nobili che ne derivarono, uomini rudi spesso in combutta tra di loro detti appunto i Figli di Manfredo, furono costretti a consociarsi per difendere le loro proprietà dalle pretese dei potenti confinanti di Reggio, Mantova e Modena. Furono stesi trattati tra i nobili appartenenti al Consorzio che definivano i confini delle singole proprietà e i luoghi comuni, tra cui il Castello, detto della Comunaglia, termine che forse sottolinea l’attrito bellicoso tra i membri del consorzio.

Olio su tavola del 1799. Si distinguono le mura e il fossato della Cittadella sulla piazza con il balcone e l'antichissimo ponte

Olio su tavola del 1799. Si distinguono le mura e il fossato della Cittadella sulla piazza con il balcone e l’antichissimo ponte

Il Teatro Greco-Corbelli nella Galleria Nuova

Il Teatro Greco-Corbelli nella Galleria Nuova

Fine sec. XIV. Ipotesi dei Borghi di Mirandola

Fine sec. XIV. Ipotesi dei Borghi di Mirandola

La prima menzione certa del Castello è del 1201, quando Reggio sconfigge Modena nella battaglia di Formigine ed impone la distruzione di vari castelli ai modenesi tra cui il castello di Mirandola, il Podestà di Modena era infatti allora Manfredo Pico, del Consorzio dei Figli di Manfredo.

Per castello si intendeva a quel tempo un fortilizio con fossati, terrapieni e costruzioni in legno che viene ricostruito e distrutto nuovamente in altre due occasioni, la prima volta dai modenesi nel 1267 poi dal Bonaccolsi di Mantova nel 1321.

I resti di quest’ultimo castello vengono più volte citati in atti notarili giunti fino a noi come riferimento sul territorio a definizione di confini territoriali fino al 1432 con l’appellativo di Rovine del Castello della Comunaglia. Non siamo però in grado di ricavare una loro ubicazione precisa ma erano di certo tra San Possidonio e San Martin Carano, forse nella via che ancora oggi è chiamata Via Castello, in cui si ravvede una antica memoria popolare.

Ma già nel 1330 il castello è ricostruito e questa volta all’interno del Borgo di Mirandola che nel frattempo è divenuto il principale centro abitato della zona, edificato da Niccolò Pico con l’aiuto del nuovo Signore di Mantova, Luigi Gonzaga.

Mirandola era un insieme di Borghi ognuno singolarmente cintato da fossati e terrapieni. La parte più antica era la Cittadella del castello e il borgo originario della città che sarà sempre chiamato Borgo Brusato, bruciato dal Bonaccolsi, inoltre vi era il Borgo di Sotto con la Chiesa di Santa Giustina e Il Borgo di Sopra con la Chiesa di San Francesco (sopra e sotto seguendo il flusso delle acque), ai quali si aggiungerà nel ‘400 il Borgo Novo o di Bonaga con l’Ospedale e il Duomo.

Borghi i cui confini sono ancora meravigliosamente leggibili nella planimetria attuale della città dopo 700 anni, con l’andamento curvilineo di Via Milazzo, che delimitava il Borgo Brusato escludendo il Borgo del San Francesco, e la perfettamente allineata Via Tabacchi, limite Sud del castello, mentre via Castelfidardo ricalca la fossa che divideva il Borgo di Sopra dal Borgo Novo.

Dal 1369 al 1382 sono documentati trasporti di calce e pietre per la costruzione di palazzi e probabilmente di una prima cinta muraria che verrà però ultimata unificando i borghi solo a partire dal 1460 con Gianfrancesco I Pico, per essere poi conclusa da suo figlio Galeotto I.

Il Castello era il quartiere residenziale della famiglia dominante, circondato da fossato e mura che lo isolavano dai Borghi, un insieme di palazzi di stili diversi sommati ad un nucleo centrale al susseguirsi delle varie generazioni dei Pico, collegati tra loro creando un complesso funzionale. Analogamente a quanto accadeva a Mantova e a Ferrara.

Su tutto dominava un imponente torrione costruito nel 1500 da Gianfrancesco II, a pianta quadrata con lato di base di 15.20 metri,  pareti di 3.8 m di spessore e una altezza di 48. Paragonabile al Torrione della Rocca di San Felice.

Uno dei castelli più grandi d’Italia.

Nel 1714 un fulmine colpisce la polveriera posta incautamente all’interno del torrione e l’esplosione spaventosa che ne segue distrugge buona parte dei palazzi del castello. Gli Estensi erano da poco subentrati ai Pico con la città ancora in mano al presidio asburgico dell’Imperatore.

Il vuoto edilizio lasciato dall’esplosione non si è ancora completamente rimarginato, ben visibile nell’immagine dall’alto della città.

I mobili superstiti vengono poco dopo trasferiti dagli austriaci nel Palazzo Ducale di Mantova in occasione della visita in città del Principe Elettore di Baviera, dove sono conservati tutt’ora. I palazzi superstiti all’esplosione del castello, spogliati degli arredi, non sono più una sede di prestigio e vengono adibiti ad alloggio per le truppe e a prigioni al piano terreno.

Tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800 con la chiusura delle fosse e l’abbattimento delle mura perimetrali, l’area del castello inizia ad integrarsi con la città. All’interno del palazzo più recente, la Galleria Nuova di Alessandro II Pico, viene addirittura ricavato un teatro pubblico ad opera del Conte Ottavio Greco Corbelli nel 1791. Struttura che con le opportune ristrutturazioni verrà poi sfruttato per ricavarvi in anni recenti un cinematografo, il cinema Pico.

Nel periodo napoleonico gli immobili vengono infine ceduti a privati che ne alterano  ulteriormente l’aspetto originario.

Nel 1930 viene infine abbattuto il palazzo denominato appartamento della Duchessa e costruito al suo posto una torre e un angolo merlato in stile neo-medioevale. Costruzione che campeggia sulla piazza e spesso identificata con il Castello stesso di Mirandola, ignorandone la scandalosamente breve storia.

Sebbene pesantemente ristrutturati internamente oggi si conservano originarie alcune parti esterne del castello: la Galleria Nuova che si affaccia sui viali e il complesso dei due palazzi su piazza Castello, il Palazzo detto della Psiche e il Palazzo Ducale di Alessandro I con il suo porticato e la facciata su piazza Costituente. Scomparso l’enorme balcone cerimoniale che fiancheggiava tutta la facciata sulla piazza.

E’ inoltre conservato un tratto di 20 metri della cinta muraria a ridosso della Galleria Nuova, salvato dall’abbattimento per contenere un terrapieno residuo dell’antico baluardo,  chiamato per lungo tempo “La Montagnola”, ancora viva nella memoria di molti mirandolesi.

 

  1. CAPPI, La Mirandolastoria urbanistica di una città, 1973, Mirandola 2000.
  2. CAPPI, La mia Mirandola. Raccolta di studi sulla storia, l’arte e il folclore della città dei Pico per l’80° compleanno dell’autore, A cura di P. Golinelli, Aedes Muratoriana, Modena 1999.
  3. CALZOLARI, L. BONFATTI, Il castello di Mirandoladagli inizi del Settecento alla fine dell’Ottocento: “descrizioni”, documentazione cartografica e trasformazioni planimetriche, in «Il Castello dei Pico. Contributi allo studio delle trasformazioni del Castello di Mirandola dal XIV al XIX secolo», Gruppo Studi Bassa Modenese, Finale Emilia 2005.
  4. CALZOLARI, Il territorio mirandolese nel XIII secolo: le curie, i castelli e i beni comuni dei Figli di Manfredo, in «Mirandola nel Duecento. Dai Figli di Manfredo ai Pico”, Gruppo Studi Bassa Modenese, Biblioteca n. 18, Finale Emilia 2003.
  5. ANDREOLLI, Il castello e il guasto della Comunaglia dai figli di Manfredo ai Pico, in “Quaderni della Bassa Modenese”, n.36, Finale Emilia 1999

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