Stàr mia mal cinon, l’è mèi pusàr ad sigòla che pusàr ad caiòn.

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Stàr mia mal cinon, l’è mèi pusàr ed sigòla che pusàr ed caiòn.

Non stare male ragazzo mio, è meglio puzzare di cipolla che puzzare di coglione. In passato il contadino che si recava in centro era oggetto di derisione e di scherno da parte dei “cittadini”. Ciò causava ovviamente specie nei più giovani, un senso di vergogna e di fastidio. I vestiti del villico non erano alla moda, l’odore di stalla di cui sovente era intriso unito ad un alito che “saìva d’ài ed sigòla” (sapeva di aglio e cipolla, fornivano il pretesto per i presuntuosi abitanti di città che li apostrofavano con l’epiteto di “vilàn màrs” (villano marcio). I più anziani ammonivano però i giovani a non badare alle apparenze, e a non curarsi di queste insolenze, anzi spesso erano proprio loro stessi che simulavano una tontaggine evidente allo scopo di essere ritenuti innocui dai signorotti di città e poter così condurre in porto con loro e a loro danno ottimi affari. A giudicare dai risultati l’insegnamento degli avi si è rivelato fruttuoso: oggi fra i contadini che frequentano la città non c’è ne uno che non possieda una decorosa automobile e che non abbia un sostanzioso conto in banca. Più generalmente, per estensione, il proverbio è un chiaro monito a diffidare delle apparenze, a non lasciarsi trarre in inganno da osservazioni superficiali che possono condurre a giudizi sommari e sbagliati. A questo proposito si dice anche: “La barba an fa al capuzèn (la barba non fa il frate­cappuccino) oppure “Tutt quel ch’pènd an càsca” (tutto quello che penzola non cade).

Tratto e liberamente tradotto da : Nuovo Parolaio Modenese

A cura di : Francesco Battaglia e Mauro D’Orazi.

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