La Scuola Elementare di Mirandola

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1915 il maestro Medardo Musi

1915 il maestro Medardo Musi

Già dal 1859 a Mirandola sono funzionanti classi di scuola elementare. Nel 1860 il Comune di Mirandola istituisce quattro sezioni di scuole ele­mentari maschili urbane, che hanno sede in un palazzo di Via La Fenice insieme ad altre scuole (Tecniche, Ginnasiali, degli Artisti, di Musica e di Ginnastica). Due anni dopo si aprono anche le pubbliche scuole femminili.

Nelle “Avvertenze” del 1862/’63, il Ministero prescrive che sui registri “I Maestri avranno cura di scrivere con chiarezza il nome ed il Prenome degli allievi per ordine alfabetico, con tutte le altre indicazioni richieste”. Le altre indicazioni richieste a Mirandola sono: la paternità, il domicilio, l’esito degli esami trimestrali, l’esito dell’esame di avanzamento e i ‘ premii” ottenuti.

La paternità viene ritenuta molto importante, per cui il nome del padre è indicato anche se defunto (con la dicitura “fu”…) in un sistema che bolla come figli di “N.N.” (dal latino nomen nescio: non conosco il nome) i figli illegittimi. La dicitura, infamante e discriminante, equivalente di “bastardo”, rimane nei registri di classe fino all’anno scolastico 1959/’60 (viene abolita con il D.P.R. № 617 del 27/04/1960).

Riguardo ai “premii”, l’art. 53 del Regolamento 15 settembre 1860 prevede la distribuzione di “libri di premio o attestazioni di merito agli allievi che sarannosi segnalati per istudio, per diligenza e per costumatezza . Non basta ottenere ottime rotazioni, è necessario aver dimostrato impegno, buona volontà, costanza e aver tenuto un comportamento rispettoso verso tutti.

Durante l’Ottocento il libro di premio viene quasi sempre rilegato con una solida copertina telata, impressa a caratteri d’oro, che lo rende un oggetto più da guardare che da sfogliare. Col passare del tempo l’uso delle rilegature va scompa­rendo, ma il libro rimane il dono per suggellare l’impegno di un anno scolastico. Durante l’anno vengono dati di tanto in tanto, come premi, un santino, una car­tolina, un nastro da capelli, un segnalibro. In genere però basta l’encomio di fronte alla classe, fatto con tono solenne e accompagnato da un foglietto per la famiglia che attesta la cosa. Nel libro per la quarta classe elementare maschile e femminile “Il Mondo Nuovo” (Renato Fucini, Bemporad & figlio, Firenze, 1905), compare una lettura che racconta di una conversazione tra due nipoti col proprio nonno relativa alla distribuzione dei premi scolastici e alla festa che viene fatta a Fonteviva con la banda, “con il Sindaco, l’ispettore, tutti i maestri e le maestre, tutti gli scolari e tutto il comune”. Si aggiunge poi che, prima della distribuzione dei premi, vengono recitati dialoghi, cantati cori e declamate poesie. Anche nel libro “Cuore” è dato molto risalto alla distribuzione dei premi, alla presenza di ragazzi provenienti dalle varie province d’Italia, con il passaggio davanti alle autorità “che porgevano gli attestati, e a ciascuno dicevano una parola o facevano una carezza”.

I maestri sono già una categoria socialmente riconosciuta, con un preciso ruolo e una propria identità, anche se non tutte le situazioni sono analoghe, soprat­tutto nelle scuole rurali, come si evince dalle relazioni degli ispettori al riguardo. Il pedagogista Paolo Vecchia, verso il 1865, scrive due testi di pedagogia destinati alla formazione dei “maestri di grado inferiore” e dei “maestri di grado superiore”, distinguendo due diversi livelli di professionalità.

I “maestri di grado inferiore” devono principalmente esercitare “i doveri mo­rali del maestro” verso se stessi, verso gli allievi e i loro parenti e verso le autorità mu­nicipali e scolastiche e stendere il programma della classe, basato sulla padronanza delle principali regole di metodo.

I “maestri di grado superiore” devono possedere un ampio spettro di doti: intellettuali (scienza e preparazione), morali, religiose, integrate “dalle doti speciali dell’educatore come maestro pubblico” (zelo del proprio ufficio, amore allo studio e alla fatica, esemplarità di contegno, probità, amor di patria, ossequio alle leggi e rispetto all’autorità, responsabilità nel buon governo della classe e nei rapporti con i superiori e i colleghi).

“Per urbanità e giustizia dovranno i maestri trattarsi con rispetto e benevolenza, evitare le discordie, non censurare l’ingegno, il metodo e la condotta dei colleghi, ma anzi sostenersi a vicenda e così acquistar credito alla propria condizione, alleggerirne i pesi e alle scuole medesime recar vantaggio e lustro”. Nei precedenti testi di Joseph Pei ti, pedagogista austriaco, in uso anche nelle scuole italiane, ripresi successivamente dal Giuffrida alla fine del 1800, si afferma anche che il maestro deve possedere determi­nate “doti fisiche: essere sano di sensi, avere buona pronunzia e buona salute e non avere nessun difetto notabile nel corpo” (per non essere deriso dai fanciulli).

La salute “ferma e durevole” è importante perché il maestro “non deve né può cercare di adagiarsi e stare in quiete, trovandosi sì gran numero di fanciulli vivaci e pronti ogni momento a far chiasso: non deve né può sparagnar fiato, ma sibbene parlar forte e con anima. L’uomo debole e malaticcio sente il proprio spirito soccombere sotto il peso della macchina corporea disordinata, riesce melanconico e bisbetico, e quindi inca­pace di dare un’istruzione veramente utile”.

Il racconto è tratto dal libro “C’era una volta la nostra scuola” Edizioni “Al Barnardon” anno 2001

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