Il passaggio segreto

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Devo ringraziare l’amico Mauro Loschi​ che mi permette di consultare un libro a me sconosciuto, che non fa parte, purtroppo, della libreria del Barnardon. E’ un omaggio al Liceo-Ginnasio “Giovanni Pico”, scritto a più mani da vecchi insegnanti ed alunni e ripercorre, attraverso i ricordi, sessant’anni di vita (1923-1983) di questo prestigioso Istituto.
Cercherò, se Mauro me ne lascerà il tempo, di pubblicare alcuni passaggi, anche se la scelta di questi racconti sarà difficile essendo tutti oltremodo interessanti.

1980 particolare del Castello Pico 6

Dell’antica Signoria dei Pico conoscevamo ben poco, le sole cose che ci interessavano erano il castello e la montagnola.

La nostra giovane fantasia faceva del primo un superbo maniero, anche se era ormai un grosso cadente agglomerato cresciuto in più riprese sui resti delle vecchie fondamenta storiche. La sua parte posteriore, quella che si affacciava con un portone sgangherato e sempre chiuso sulla mon­tagnola, era stata, in anni lontani, la sede del primo teatro di Mirandola da tempo in disuso.

La montagnola, un terrapieno lungo poche decine di metri, ultimo segno delle antiche mura, era il regno della banda del castello: la mia. Anche negli altri quartieri erano sorte delle bande e mi ricordo, fra le più temibili, quelle di Francia Corta e dei Granaroni.

A quei tempi le battaglie tra fazioni non si contavano ed era soprattutto intorno alla montagnola, testimone di ben più severe disfide, che si com­batteva fino all’imbrunire. Non sempre le conclusioni erano incruente e il ferito, che alla vista del sangue aveva reazioni poco guerriere, diventava eroe il giorno dopo quando poteva ostentare una fasciatura che segnava la misura della sua gloria.

Il nostro continuo vociare provocava le ire della moglie del custode che ogni tanto si sporgeva da una finestra alta sotto il tetto e si sbracciava urlando parole che la concitazione e la distanza rendevano incomprensibi­li. Inutili impennate perché noi, dopo averle fatto il verso per un po’ di tempo, avevamo finito per ignorarla; così le esibizioni della poveretta si erano fatte sempre più stanche.

C’era chi diceva che meditasse la vendetta.

Un giorno, durante una tregua, i nostri discorsi abbandonarono i disegni bellici per inoltrarsi in un terreno più misteriosamente inquietante. Non erano mancati precedenti accenni al passaggio segreto, ma una incon­fessata paura e la scusa delle lotte coi nemici di sempre ci avevano impedi­to di affrontare seriamente il problema. Finalmente era arrivato il momen­to.

“Io dico che dovremmo provare”

“A fare che?”

“A cercare il passaggio”.

Ho sentito dire che parte di qua sotto e arriva fino a Concordia”. “Ma dài, sei chilometri sotto terra, sei matto?”

“Beh saranno meno però ci deve essere”.

“Forse ha ragione lui, sembra che quando il Papa assediò Mirandola…”. “Che Papa?”

“Non ricordo più ma c’é stato l’assedio e il Papa”.

“E allora?”

“Qualcuno scappò per il passaggio”.

“Mio papà dice che non c’è niente e che sono tutte storie”.

“Cosa vuoi che sappia lui e poi se ci stai taci, se no taci lo stesso”. “Credi che abbia paura? Ci sto e basta”.

“Va bene e allora tentiamo”.

“D’accordo ma prima bisogna entrare. E poi dove si cerca?”

“Sotto il teatro si cerca e si entra di lì”.

Quel “lì” era rappresentato da uno stretto finestrino di fianco al porto­ne situato piuttosto in alto, ma stabilimmo che le pietre sconnesse ci avrebbero consentito una agevole scalata.

“Ci si passa?”

“Certo che sì, ma adesso é tardi. Domani pomeriggio ci troviamo qui con delle pile!”.

La seduta si sciolse.

Il giorno dopo eravamo in sette all’appuntamento con quattro pile e un aria da congiurati, gli altri della banda avevano avuto improvvisi impe­gni. Glauco salì per primo, con un sasso scardinò il battente e aggrappan­dosi ai mattoni corrosi si lasciò cadere all’interno. Lo seguimmo furtivi e ci trovammo in un angusto corridoio ad andamento curvo.

“Accendete le lampade e andiamo a sinistra”.

“Perchè a sinistra?”

“Perchè da qualche parte si deve andare”.

“Se lo dici tu?”

“Ehi, un momento, aiutatemi”.

Giorgio, il ciccione del gruppo, era rimasto incastrato nel finestrino. Era dentro con la testa e le spalle, ma il resto gli impediva di procedere.

“Non ce la puoi fare, è meglio che tu stia fuori di guardia’’.

“Di guardia a che? Al muro? Dài va, spingetemi indietro che torno a casa”.

Lo aiutammo a liberarsi. Prima di sparire ci guardò con un sospiro, non si capiva se di invidia o di sollievo.

Ci incamminammo per il corridoio e più ci allontanavamo dal finestri­no più i nostri movimenti si facevano cauti.

Trovammo due camerini con qualche insetto e tanta polvere. Forse erano serviti agli attori importanti quando il teatro era in funzione. Niente di interessante.

La scoperta che ci ammutolì fu il palcoscenico: sembrava immenso, senza sipario, senza quinte, aperto su una platea desolatamente vuota. Gli scheletri di alcune poltroncine arrugginite e con miseri brandelli di stoffa costituivano l’unica testimonianza di antiche presenze.

Sopra la platea incombevano, bui, due ordini di palchi disposti a ferro di cavallo, tra un ordine e l’altro facevano le boccacce sbiadite immagini di maschere dalle occhiaie vuote. La poca luce filtrata dalle malferme fine­stre della galleria e gli anemici tentativi delle nostre pile in movimento aumentavano l’effetto deprimente.

A ricomporre l’atmosfera ci pensò Agide che, avviandosi al centro del palcoscenico con ostentata spavalderia, gridò:“oilà fellone avvicinati se vuoi assaggiare la mia vecchia lama di Toledo!”. L’affondo sollevò una nuvola di polvere e il teatro ebbe cupe risonanze.

Dopo un attimo di sospensione scoppiammo a ridere insieme poi, presi da una specie di frenesia liberatoria, ci mettemmo a mimare in disordine gli eroi delle nostre letture preferite.

Il nuovo gioco, divertendoci, ci rimetteva in sesto e avremmo preferito continuare se non ci fosse stato quell’impegno che sentivamo quasi come un dovere.

“Ehi, non dimentichiamo il passaggio!”

“Hai ragione”.

“Me l’ha fatto ricordare questa botola”.

“Magnifico! Ora proviamo ad alzare”.

“Uh che polvere! Vai avanti”.

“Perchè io?”

“E va bene, vado io”.

Scendemmo una ripida scaletta; una serie di pali poggiati sulla terra battuta sosteneva il pavimento del palcoscenico.

“Qui non c’è niente”.

No, un momento… c’è un buco, venite con le pile”.

Se fosse quello buono”.

“Vediamo”.

Una spaccatura, larga abbastanza per infilarvisi dentro, si apriva nella parete di fondo e si inoltrava irregolarmente nel buio con una leggera pendenza. Tutto quello che si poteva scorgere era un po’ di pietrisco e del bagnato.

Proviamo a lanciare una pietra, se rimbomba vuol dire che c’é il vuoto”.

Mentre restavamo a guardare dubbiosi qualcosa si mosse fra i rottami, era un topo di fogna. Quella vista raggelò il nostro già scarso entusiasmo.

Che schifo! Io dico che é inutile, se il passaggio ci fosse stato l’avrebbe­ro trovato”.

Chissà se altri hanno provato? Ma adesso penso che abbiamo fatto un po’ tardi”.

Beh allora dobbiamo andare, vedremo di più la prossima volta”.

E trovata la scusa buona tornammo sui nostri passi.

Ripercorrendo il palcoscenico l’ambiente ci sembrò meno tetro; pren­demmo il corridoio dal quale eravamo partiti guidati dalla luce del fine­strino. Le nostre voci si erano alzate di tono. Fantasticavamo su ricerche meglio organizzate.

Non ci eravamo ancora accorti che un’altra voce, rauca, risuonava di fuori con asprezza:

“… lazzaroni adesso siete in trappola! Vi chiudo dentro e vado a chia­mare i carabinieri. Finalmente l’avrete finita di farmi…”. L’imposta sbattuta con violenza coprì le ultime parole e la luce dall’esterno mancò. I colpi che seguirono lasciarono intendere che l’uomo stava davvero chiudendoci in gabbia.

Non l’avevamo visto ma sapevamo che era il custode.

“Ci mancava anche questa”.

“Lo dicevo io. Qui c’è lo zampino di quella vecchia bacucca di sua moglie”.

“E adesso che facciamo?”

“Cerchiamo un’altra strada”.

Piuttosto sgomenti ci dirigemmo verso la platea e di lì partimmo in direzioni diverse alla affannosa ricerca di una via d’uscita; ogni tanto ci incrociavamo:

“Trovato niente?”

No, ce una porta laggiù ma è chiusa”.

“Anch’io ne ho vista una ma sembra tutto chiuso’’.

“Proviamo ancora e speriamo che durino le pile”.

Quando l’orgasmo stava ormai rendendo frenetica la nostra esplora­zione ci giunse una voce dall’alto:

“Di qui, di qui!”

Glauco e Nello chiamavano dalla galleria.

“Come siete saliti?”

“Dalla scala a destra della porta grande della platea”.

In un baleno fummo sopra.

“Ecco, quella ha resistito un po’ ma l’abbiamo aperta, deve essere la porta che dà sull’uscita esterna della galleria”.

La superammo col fiato sospeso; la luce che veniva dalla finestra a vetri sul pianerottolo ci faceva ammiccare. C’era ancora il sole, sembrava più bello del solito. A destra avevamo le scale, di fronte un portoncino con un nome e un battacchio.

“Ecco, lì ci sta il custode… e la vecchia”.

Carlo non seppe trattenersi.

“Brutta strega!” urlò.

Scendemmo a precipizio le scale che, strette e scoscese all’inizio, si allargavano nell’ultima rampa come uno scalone trionfale aperto sulla piazza grande. La paura ci fece continuare a perdifiato fino alla campagna. Avevamo conquistato la libertà.

Per molti giorni la montagnola fu la zona più tranquilla del paese; ci eravamo trasferiti al campo sportivo. Non parlavamo della avventura del castello, la nuova squadra di calcio offriva sufficienti argomenti per evita­re di tornare su quello che ancora ci turbava.

Ma non poteva durare e ne parlammo.

“Tu cosa dici, avrà riconosciuto qualcuno?”

“Non è possibile, non ci ha visto entrare e poi i nostri genitori lo saprebbero e ce l’avrebbero fatto., sentire”.

“Giusto!”

“Quando riproveremo?”

La domanda di Carlo ci colse di sorpresa.

“Ma se tiravi sempre indietro!”

“Sì, ma sai quel buco là sotto era così… così misterioso”.

“Tanto misterioso che non guardavi nemmeno, e poi era cieco”.

“Non è detto, non abbiamo provato se continuava”.

“Proveremo ma non adesso; per organizzarsi meglio ci vuole tempo e con la storia del custode… e poi fra poco comincia la scuola”.

“La solita barba!”

“Sapete? Gli alberi vicino alla Favorita sono cresciuti, ora dai rami nuovi si potrebbero ricavare fionde speciali”.

“E questo che c’entra?”

“C’entra, c’entra. Per me quelli di Francia Corta ricominceranno pre­sto”.

“Troveranno del duro, troveranno”.

Dott.Libero Gavioli

Tratto da : Sessant’anni di vita del Liceo-Ginnasio “Giovanni Pico” – Mirandola 1923-1983

Per gentile concessione di Mauro Loschi

 

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