I volontari del sangue – cronistoria dell’Avis comunale

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professor smerieri

“Bene,l’AVIS è fondata e  a me spetta la tessera n° 1!”.

Così Nazzarena Smerieri commentava l’Atto Costitutivo dell’Associazione Volontari Italiani del Sangue, Sezione di Mirandola,terminato di stilarne il verbale nella Sala Gialla del Municipio il 31 gennaio 1951.

Erano presenti l’on.Mario Merighi,il Sindaco on. Oreste Gelmini,le Autorità costituite e “… quaranta persone di ambo i sessi che,così recita il verbale, a seguito di due conferen­ze fatte dal dott. Petrucci nella prima­vera scorsa, avevano fatto domanda di appartenere all’AVIS”. Nella stessa seduta erano stati eletti i primi cinque consiglieri nelle persone del dottor Lino Smerieri, del dottor Franco Margaria e dei signori Galileo Dotti, Italina Gavioli e Carlo Bellini. Presidente fu designato il dottor Smerieri e Vicepresidente il dottor Margaria, entrambi chirurghi dell’Ospedale cittadino S. Maria Bianca.

Ma come si era giunti a quella prima assemblea? Quali gli antefatti? Già, perché a Mirandola l’AVIS non era sorta all’improvviso, bensì dopo un intenso periodo di maturazione dell’idea trasfusionale,un  periodo durato circa vent’anni. Infatti la prima trasfusione risale al 22 febbraio 1933, giorno in cui nell’ospedale di Mirandola Galileo Dotti, gruppo zero universale, aveva donato il proprio sangue “indiretta” ad una paziente affetta da rottura dell’utero. Dopo quell’av­venimento si era costituito un gruppo di quattro volontari (Galileo Dotti, Eugenio Cotti, Umberto Molinari, Martino Veratri), che aveva­no inizialmente aderito al Comitato Provinciale Donatori di Sangue di Modena, presieduto dal clinico medico professor Pietro Sisto, unica forma di raggruppamento sorto, per disposizione ministeriale, in una fase ancora nebulosa dell’AVIS nazionale. Quell’epoca fu giustamente definita “eroica” se si pensa che la sco­perta dei gruppi sanguigni, avvenuta a Vienna nel 1901 ad opera di Karl Landstainer, era stata da lui comunicata in America solo nel 1924. Questo ricercatore, premio Nobel per la Medicina nel 1930, in seguito scoprirà anche il “fattore Rh” nel 1940. Grazie dunque alle sue scoperte, la trasfusione di sangue da uomo a uomo, sogno di tutta la medicina dei secoli precedenti, diventava un atto medico pos­sibile.

A quei tempi i quattro ammirevoli donatori venivano convocati per richieste urgenti e donavano il loro sangue, in circostanze spesso tra­giche, nel reparto chirurgico-ostetrico dell’ospedale di Mirandola, allora diretto dal professor Antonio Biancheri con i dottori Alessan­dro Lodi e Lino Smerieri. Quest’ultimo, a tale proposito, soleva ricordare, con entusiasmo e malcelata nostalgia, quelle trasfusioni effettuate da braccio a braccio, dopo le prove crociate di compatibi­lità fatte al letto del malato, tra il sangue dei donatore e quello del ricevente. Con una siringa a doppia via (la siringa di Joubè), si aspi­rava il sangue dal braccio del donatore e lo si iniettava in quello del malato con un meccanismo di “vieni e va”. Ad ogni “pompata” era quasi miracoloso vedere lo sventurato riprendere man mano colore ed uscire dallo stato di prostrazione in cui la grave emorragia lo aveva trascinato.

Le trasfusioni vennero successivamente facilitate dall’introduzione di un anticoagulante, il citrato di sodio (scoperto da Lewisohn nel 1914), che, oltre ad impedire la ostruzione dei tubicini che raccorda­vano la siringa alle vene, consentiva pure la conservazione del san­gue in flaconi opportunamente refrigerati. Queste metodiche resero possibile l’allestimento delle banche del sangue, realizzate però solo con la seconda guerra mondiale. Durante questa guerra, infatti, si era evidenziata la cospicua carenza di sangue e l’assoluta necessità di organizzare veri e propri gruppi di donatori utilizzabili non solo in modo estemporaneo, ma con ritmi di donazioni programmate. Ciò scaturiva da nuove indicazioni sull’uso del sangue che veniva richie­sto non più solamente per l’emergenza emorragica, bensì anche per la routinaria preparazione dei pazienti chirurgici, oltre che per le eve­nienze in sala operatoria.

In quegli anni (1945 – 1950), ebbe inizio una consuetudine che servì egregiamente alla sensibilizzazione delle persone alla donazione del sangue: la richiesta nei confronti dei parenti di offrire sangue per le necessità di un loro famigliare bisognoso di trasfusioni. Ma se questo enfatizzava il valore del sangue donato, pur tuttavia non bastava a sopperirne le sempre maggiori necessità.

il Professor Scarlini

il Professor Scarlini

giornata avis

Ma intanto cosa accadeva nelle altre città?

A Milano da tempo aveva preso le mosse un movimento di donatori di sangue che, sotto l’impulso lungimirante di un medico, il dottor Vittorio Formentano, fin dal 1927 si era costituito in una associazio­ne, chiamata AVIS, che radunava volontari che offrivano il loro san­gue in modo anonimo e gratuito a chi ne aveva bisogno. A Modena, peraltro, la pratica trasfusionale aveva ricevuto particolare impulso da quando un illustre ematologo, il prof. Edoardo Storti, proveniente dalla celebre scuola ematologica di Pavia fondata dal professor Fer­rata, l’aveva resa routinaria nel trattamento degli emopatici. Lo stes­so Storti auspicava un’organizzazione di donatori sull’esempio del­l’AVIS milanese. Fu così che il dottor Smerieri, dopo aver incontrato il dottor Formentano a Milano, intuì che anche a Mirandola poteva sorgere ed operare una Sezione AVIS. Di qui iniziò a diffondersi a Mirandola l’idea AVIS, cui contribuì pure l’opera di sensibilizzazio­ne da persona a persona da parte di alcuni entusiasti. C’è infatti chi ricorda ancora che, negli anni 1949/50, la signora Nazzarena Smerie­ri, moglie del chirurgo, si soffermava ad illustrare il volontariato AVIS anche nei negozi cittadini, come ad esempio la farmacia Vero­nesi o quello di Mariannina Tioli (allora titolare de “Al Barnardon”, presso la quale era commesso Leonardo Artioli, committente di que­sto scritto). In quel periodo furono inoltre invitati due medici del Policlinico di Bologna, i dottori Petrucci e Marsala, che, nella sala del cinema Fenice, tennero due conferenze sulla trasfusione di san­gue ad un uditorio interessato che si attivò nella divulgazione dell’i­dea del dono volontario del sangue.

Questi furono, dunque, gli antefatti che portarono alla costituzione dell’AVIS a Mirandola, la quale sin dall’inizio operò presso il repar­to chirurgico dell’ospedale cittadino. Gli anni successivi videro un progressivo incremento numerico degli iscritti che validamente col­laborarono alla creazione di una efficiente organizzazione interna. Annualmente si celebravano le prime Feste Sociali durante le quali venivano consegnate agli iscritti le medaglie di bronzo, d’argento e d’oro per le quindici, trenta, quarantacinque donazioni e i diplomi al merito per le eccedenti. Si ebbero le prime manifestazioni ricreative,tra cui la Befana AVIS per i figli dei donatori, poi sospesa dopo qual­che anno per l’eccessivo numero dei soci. “Pilastro e spina dorsale” dell’associazione – così la definiva il dottor Smerieri – era l’annuale gita associativa che si svolgeva in ameni siti d’Italia raggiunti in cor­riera. Qui seguiva il pranzo ed il ritorno avveniva tra canti, risate e morale alle stelle.

Nondimeno era scrupolosa la tutela sanitaria del donatore che veniva sottoposto a periodici accertamenti clinici: visita medica, radioscopia del torace presso il dispensario antitubercolare da parte del dottor Emilio Bellodi, la reazione di Wassermann, oltre alla determinazione del gruppo sanguigno e del “fattore Rh” da parte dei dottori Gambuzzi e Zucca. Subentrarono poi nuove metodiche trasfusionali che comportarono l’abbandono della trasfusione diretta, sostituita dal flacone di vetro nel quale il sangue veniva conservato in frigorifero fino a ventuno giorni. Inizialmente i donatori non gradirono questa innovazione che li privava della soddisfazione della trasfusione brac­cio a braccio, ma poi la accolsero benevolmente, persuasi che il pro­gresso verso una migliore organizzazione del servizio trasfusionale fosse comunque da favorire.

Nel triennio 1953/55 l’incremento numerico dei donatori aveva con­sentito la sufficienza di sangue per l’ospedale cittadino e, nel 1960, l’AVIS di Mirandola entrava nell’organizzazione dell’AVIS Provin­ciale di Modena (assieme a Carpi, Vignola e S. Felice sul Panaro), alla quale venivano inviate le proprie eccedenze di sangue. Tanta attività richiese, nel 1958, un incremento del Consiglio Diretti­vo, nelle persone di Osvaldo Vincenzi, Primo Luppi, Nevio Malagoli e Brenno Berni.

Forte dell’esperienza maturata nel 1964 il prof. Smerieri accetta la presidenza dell’AVIS Provinciale di Modena e, successivamente, quella dell’AVIS Regionale (1972). Dal 1984 farà parte del Comitato Medico Nazionale e assolverà tutti questi impegni sino al 1990. Ma non era solo, perché nella Sezione era affiancato da numerosi e gene­rosi collaboratori che si prestavano con entusiasmo al suo buon fun­zionamento: donatori, amministratori, medici, infermieri e suore (chi potrà mai dimenticare suor Donatella e suor Petronilla?), tutti volon­tari. Ed encomiabile attività promozionale fu quella del prof. France­sco Scarlini, primario medico dell’ospedale, che si dispose ad illu­strare in tutta la Provincia la bontà e l’innocuità del dono del sangue. Con l’aumento del numero dei soci la Sezione si articolò in Gruppi Frazionali ad opera degli attivissimi: Ceresola Costante a S. Martino Spino, Calzolari Orazio e Gelati Nobile a Gavello, Cavana Ettore a Quarantoli e Talassi Rino a Mortizzuolo. Tutto questo comportava un’attenta sorveglianza sanitaria dei donatori, compito assolto in modo meritorio dai direttori sanitari della Sezione che si sono via via succeduti: i dottori Franco Margaria, Tito Casoni, Carlo Tassi e la dottoressa Anna Traldi.

concorrentiiscritti allavis

cappi e compagnia bella - Copia

Nel 1968 la tradizionale festa dell’AVIS fu solennizzata dalla pre­senza del Presidente Nazionale dottor Formentano che sottolineò le ottime realizzazioni associative a tutti i livelli, ricordando i primi timidi passi a partire dal 1927. L’anno successivo fu il nuovo Presi­dente nazionale, il dottor Carminati, a far visita alla Sezione. Nel 1974 si festeggiò solennemente il 25° anniversario di fondazione dell’AVIS di Mirandola. Per l’occasione fu edita una pubblicazione che riporta, oltre ad una magistrale orazione tenuta nel 1971 dal prof. Scarlini sulla trasfusione del sangue, anche un grafico da cui si evin­ce l’elevato numero di donazioni effettuate a Mirandola, il più alto in Italia: oltre 3000 flaconi nel solo 1973, per un totale di 21771 flaconi raccolti dalla fondazione della Sezione. Sempre in quell’anno la Sezione, che sino ad allora era stata ospitata presso i locali della Divisione di chirurgia, dove era nata, si trasferì, per ragioni di spa­zio, nei locali del nuovo poliambulatorio dell’ospedale. E nel 1978 Primo Luppi succede al professor Smerieri nella Presidenza della Sezione.

Il 1984 è l’anno di una importante tappa nella pratica trasfusionale della nostra provincia: viene introdotta la “Plasmaferesi” che consi­ste nel prelievo del solo plasma dal sangue del donatore. Ciò è possi­bile per mezzo di una apparecchiatura, messa a punto dalla ditta DIDECO della nostra città, che in circa quaranta minuti raccoglie 500 ce. di plasma del donatore. La Sezione mirandolese risponderà con slancio a questa nuova metodica alla quale aderiranno ottocento donatori, così da costituire una sezione di plasmaferesi produttiva decentrata, collegata direttamente al centro trasfusionale di Modena diretto dal professor Erasmo Baldini.

E questo un lusinghiero riconoscimento alla Sezione che, con i suoi oltre duemila iscritti, articolati anche in Gruppi Aziendali (DIDECO, COVALPA, AIMAG), nel 1994 raggiunge le 3395 donazioni di san­gue intero e le 915 plasmaferesi.

Il 1° agosto 1994 muore il professor Smerieri. La partecipazione delle Comunità dell’AVIS alle esequie nel Duomo di Mirandola, il 3 agosto, fu commovente. Tutti gli alfieri recanti i labari delle Sezioni AVIS convenute dalla Provincia e dalla Regione, la presenza del pre­sidente nazionale avvocato Mario Beltrami, la sentita testimonianza del presidente provinciale Aldo Costa, il silenzio “fuori ordinanza” suonato dalla tromba di un carabiniere di Medolla ed il corteo dipanantesi per il centro di Mirandola, sino all’Oratorio della Madonni­na, si trasformarono in una dimostrazione davvero toccante nei con­fronti di un uomo e di un medico che, per decenni, si era impegnato nel servizio ai malati e nel volontariato non solo AVIS, sempre e dovunque suscitando vivo apprezzamento. Sempre infaticabile, il professor Smerieri aveva trascorso l’ultimo anno di vita scrivendo la “Storia dell’AVIS Provinciale e delle sue 51 Sezioni”, una storia che aveva vissuto, sin dall’origine, in prima persona. Il bel volume uscirà postumo, due anni dopo, per lodevole merito dell’AVIS Provinciale.

Ma il 1994 è anche l’anno della centomillesima donazione della Sezione ad opera del giovane Enrico Dotti, tessera n° 3950. Nel 1996 la signora Mirella Testi viene eletta alla Presidenza della Sezio­ne, carica riconfermata per il triennio 1999/2001. Pur adeguandosi agli aggiornamenti legislativi e normativi che, nel tempo, hanno via via regolamentato il sempre più complesso servizio trasfusionale, l’AVIS di Mirandola ha saputo custodire, intatto, quel genuino spiri­to associativo che l’ha resa peculiare nell’ambito del moderno volon­tariato. E se, tre anni fa, la Sezione ha dovuto annullare e riassorbire, per motivi di organizzazione sanitaria, i Gruppi Frazionali, tuttavia può vantare il “vivo apprezzamento ” del Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro quando apprese del suo primato in Italia nella raccolta del sangue.

Questa, dunque, e per sommi capi, è la storia dell’AVIS di Mirando­la, una storia di uomini e di donne generosi che, offrendo il proprio sangue in modo anonimo e gratuito, hanno praticato e testimoniato l’amore per il prossimo, al di là di tutte le barriere ideologiche, del censo e delle convinzioni personali.

Andrea Smerieri

Tratto da “Fatti e figure della Mirandola”-Edizioni “Al Barnardon”anno 2000

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