I Mulini di Concordia sulla Secchia

Commenti (1) Mirandola raccontata da Vanni Chierici

 Esempio di un mulino natante.

Esempio di un mulino natante.

Il carretto passava e quell’uomo gridava: “FRUMENTOOO … fatemi passare che porto il frumento al mulino …”. La strada è quasi intasata dai carretti trainati da asini, ed in pochi casi da vecchi cavalli striminziti, e la calura di inizio luglio non permette la ricaduta della polvere sollevata dalle ruote cigolanti. I carri diretti verso Concordia sono carichi di sacchi di grano appena mietuto, quelli che ne provengono trasportano la farina. Ma perché a Concordia? … perché lì, ancorati nelle placide acque del fiume Secchia ci sono i mulini natanti.

Disegno di un mulino natante di Concordia di L. Confortini

Disegno di un mulino natante di Concordia di L. Confortini

Passeggiata dei mulini. Foto del 2008 di Barebby

Passeggiata dei mulini. Foto del 2008 di Barebby

Quando nel 1311 l’imperatore del Sacro Romano Impero Enrico VII di Lussemburgo diede in feudo a Francesco Pico il territorio della Mirandola, comprendente la zona di Concordia, concesse loro anche il permesso di costruire mulini sulla Secchia, un privilegio non da poco. Infatti da quando i piccoli mulini privati a trazione umana o animale erano stati proibiti in favore dei più grandi mulini comuni, gli introiti dell’erario erano aumentati notevolmente. I Pico si diedero da fare e già nel 1566 i mulini erano ben 10 in soli due chilometri. Le proprietà erano societarie e fra i vari possidenti non figuravano i Signori della Mirandola, ma tra tasse e dazi sui proventi derivanti dalla macina, nonché percentuali sul lavorato per diritto feudale, i Pico godevano di notevoli entrate che sapevano certamente come sfruttare.

Ma i mulini non erano solo fonte d’entrata per lo stato della Mirandola, essi erano anche occasione per dispute e liti tra stati limitrofi e persino tra poveri contadini. La Secchia a quei tempi era facilmente soggetta a esondazioni e i contadini intorno, quelli fuori dai confini della Mirandola naturalmente, davano la colpa ai mulini di Concordia. Affermavano che i restringimenti artificiali del fiume erano cagione d’inondazioni altrimenti evitabili. Spesso tali accuse portarono a piccoli tumulti di protesta e a vere e proprie risse. I sovrani delle terre che attorniavano la Secchia, specialmente gli Estensi di Modena, si fecero portavoce della protesta popolare, ma i loro interessi erano anche altri. Se i mulini di Concordia fossero stati chiusi i mirandolesi avrebbero dovuto rivolgersi a quelli modenesi con evidenti vantaggi economici per il ducato di Modena. Dopo vari e infruttuosi tentativi di appellarsi alla corte imperiale, l’occasione di risolvere la faccenda arrivò con la caduta della casata dei Pico. Nel 1713, due anni dopo aver acquistato all’asta il ducato della Mirandola, Rinaldo III d’Este diede ordine di smantellare i mulini di Concordia. Per tentare di calmare i mirandolesi, che si vedevano ora costretti ad utilizzare i mulini modenesi e mantovani, il duca di Modena decretò che detti sudditi fossero esenti dal pagare il dazio sul macinato, ma solo nel caso si fossero serviti del mulino modenese di Bastiglia sul canale Naviglio.

Trent’anni più tardi però Francesco III, succeduto a Rinaldo, ci ripensò e fece ricostruire 4 mulini natanti, sempre a Concordia, 3 dei quali vennero dati in gestione alla ridente cittadina e uno alla Mirandola. Detti mulini rimasero in servizio fino alla fine del 1800 quando l’avvento del motore a vapore permise la costruzione, di fronte al Parco delle Rimembranze, di un mulino a vapore di proprietà della “Società Mulini a Vapore”. Ciò decretò la fine dei mulini natanti di Concordia che tanto avevano dato. La loro memoria è perpetuata da un modello in scala 1:20 nell’atrio della sede municipale e dal nome di una stradina sull’argine della Secchia: Passeggiata dei mulini.

I mulini natanti erano costruiti su barche ancorate ed usufruivano di chiuse, in legno di rovere e sassi, per aumentare la corrente dell’acqua altrimenti troppo debole per essere utilizzata con profitto. Le chiuse avevano due aperture; una al centro per permettere la navigazione ed una diretta verso la ruota che faceva girare la macina.

Contro di essi nulla avrebbe potuto un don Chisciotte della Mancia ed avrebbero fatto l’invidia di un Antonio Banderas.

Vanni Chierici

Fonti:  Gabriele Testi – Alluvioni storiche.

Bruno Andreolli – La ruina dei modenesi.

Loreno Confortini – I mulini ad acqua in Italia.

Enzo Ghidoni – La bassa modenese: quaderno n. 9.

One Response to I Mulini di Concordia sulla Secchia

  1. Jole Ribaldi -,San Possidonio 1947 scrive:

    Le storie più belle sono quelle vere. Le storie di vanni
    Chierici sono affascinanti.

Rispondi a Jole Ribaldi -,San Possidonio 1947 Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *