Gustavo Preti e la “Bella Linda”

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La "Bella Linda"

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…..La vicenda terreno di Gu­stavo Preti è di per sé materia per una trama romantica: un amore fino all’ultimo contrastato, un giuramento ingiusto, ma rispettato, una fedeltà mantenuta fino al­la morte.

Insomma una storia romanzesca che ha avuto come sfondo la piccola frazione di Motta di Cavezzo. Quattro case a ridosso dell’alta arginatura del fiume Secchia. Una manciata di famiglie che vivevano nei campi o sul fiume a cavar sabbia e ghiaia.

Come vi fosse giunto Gustavo, conviene dirlo, è stato disegno del destino. Una delle tante storie della Bassa, di queste terre, che, prive di rilievo, tendono a sopraelevare, ad ingigantire caratteri e personaggi, traendoli a sbalzo dallo sfondo corale di un popolo, per tanti versi, straordinario ed insolito.

La sua fu veramente una vita singolare e solitaria. Figlio d’arte, era nato a Modena nel 1871 dal famoso burattinaio Carlo Preti, detto “Carlone”. Gustavo era solito com­pletare il mestiere col dipingere scene di fondo sui muri dei cortili delle case pa­dronali. Viaggiava su di una bicicletta carica fino all’inverosimile degli attrezzi dell’arte e di quelli del decoratore.

Ancora molto giovane capitò a Motta di Cavez­zo, pochi chilometri da Modena. In un mattino del 1893 accadde il fatto che dove­va mutare la sua vita, fino ad allora, tutto sommato, abbastanza monotona.

Quel mattino, dunque, pedalava di lena sull’argine del fiume. Aveva ventidue anni ed il cuore cantava ancora libero e leggero. All’improvviso il richiamo disperato d’un uomo tra i gorghi della corrente lo riportò bruscamente alla realtà. Non ci fu esitazione in Gustavo. Un tuffo, una lunga lotta con le acque limacciose e final­mente, malcapitato e salvatore furono in salvo, grondanti ed esausti, sull’erba della riva.

La piena della riconoscenza spinse lo scampato, oste di professione, ad affidare al giovane salvatore il compito di ridipingere i locali della sua vicina osteria di Ponte Motta.

E questo fu il secondo appuntamento col destino. La giovane e bella figlia dell’oste, Linda, fece sorgere nel cuore del burattinaio, improvviso e violento, un sentimento nuovo e bruciante. L’amore, segretamente corrisposto, quando uscì allo scoperto, incontrò, incredibilmente, un ostacolo insormontabile nel padre della ragazza.

Come in una scena da melodramma, l’oste col dito puntato scacciò il giovane sal­vatore e pretese dalla figlia il solenne giuramento di mai unirsi in matrimonio con quel burattinaio senza avvenire. Della felice parentesi nella casa dell’oste re­stava ormai solo visibile traccia nella grande immagine di Garibaldi, affrescata in esterno da Gustavo sulla torretta dominante i locali della vecchia osteria.

Linda, rimasta sola non si sposò mai. Per via del giuramento.

Gustavo peregrino inquieto per la provincia poi, disperato, si ristabilì di nuovo vicino al fiume ed al­la donna amata. Dava spettacoli col proprio “castello” nel territorio compreso tra Ponte Motta, Disvetro e Cavezzo. Si fermava un po’ dovunque, all’aperto quando la stagione lo consentiva, nelle osterie ed addirittura sotto la prima arcata del ponte sul fiume Secchia. Aveva ereditato burattini e copioni dai suoi più famosi ascendenti, tuttavia non disdegnava egli stesso di scrivere copioni, di disegnare fondali, di scolpir burattini.

Come nel caso del suo cavallo di battaglia “Adani e Caprari”, una storia di brigantaggio recente, sempre richiestissima dal pubblico. Tra i suoi tanti personaggi di legno, quello che gli era più caro era un singolare burattino da lui stesso intagliato con le precise sembianze dell’amata Linda. Nessuno però ricordò mai di aver visto sulle scene la “bella Linda”. Qualcuno invece, ancor oggi, giura su lunghi, solitari e struggenti colloqui tra Gustavo e la burattina.

La cocente delusione segnò l’animo del burattinaio in maniera profonda, accen­tuando ancora più la sua tendenza alla solitudine. Dormiva dove capitava. Più spesso in un capanno per attrezzi agricoli nei saldini del Secchia. Per ben qua­ranta volte vide nei vigneti le foglie del Sorbara rosseggiare e cadere, per altret­tante sentì il rombo impetuoso del disgelo nel fiume. Quarantanni ininterrotti di spettacoli in un palmo di terra che per Gustavo rappresentava l’universo.

Poi, nel 1940, l’ultima primavera. Se ne andò in silenzio, così com’era venuto. Lo trovaro­no senza vita nel “casòt ed Serafein Caplér”, un capanno nelle golene del fiume. La mano protesa verso la cassa dei suoi burattini. Nel groviglio confuso di mani e di teste spiccava, emergente, il volto serio e severo della “bella Linda”.

Tratto da “La Nostra Terra” di Renato Bergonzini e Beppe Zagaglia

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