Giovanni Pico – Abbasso gli astrologi

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Giovanni Pico – Abbasso gli astrologi.

Pico era per la magia, ma contro l’astrologia.

Può forse sembrare una contraddizione perché maghi ed astrologi nel corso della storia sono stati riconosciuti o perseguitati qua­si sempre insieme. Ma per Pico i maghi sono una co­sa, gli astrologi un’altra ben diversa. Tanto diversa che contro l’astrologia egli scrisse l’ultima opera della sua vita dal titolo “Disputationes adversus astrologiam divinatricem”, che fu il nipote Gianfrancesco a decifrare, riordinare e pubblicare perché lo zio non ebbe il tempo né di rivederla, né di portarla a compi­mento.

Pico non fu il primo a polemizzare con gli astro­logi.

Catone, Lucrezio, Cicerone, li avevano già fatti segno delle loro critiche e anche della loro ironia. Di­ceva Cicerone: “Miror quod non rideat haruspex,
haruspicem cum viderit” (mi meraviglia che un indo­vino non si metta a ridere quando ne incontra un al­tro). Ma Pico, più che polemizzare con gli astrologi, confutò l’astrologia e lo fece non con argomenti scientifici, che non poteva avere, ma filosofici e teo­logici.

Se Dio ha fatto l’uomo libero e responsabile, non possono essere gli astri a determinare le sue scelte. Lui non era contro quell’astrologia che – scri­veva – “è arte sicura e nobile, ricca di dignità per i suoi meriti, largamente sostenuta dall’autorità di uomini dottissimi”, ma era contro quell’altra astrolo­gia, definita “divinatrice” o “giudiziaria”, perché – spiegava – “è tanto distante dalla prima quanto la luce dalle tenebre, e la verità dalla menzogna, per­ché corrompe la filosofia, adultera la medicina, in­firma la religione, genera e diffonde le superstizioni, favorisce l’idolatria, distrugge la prudenza, insozza i costumi, infama il cielo, rende gli uomini miseri, ansiosi, fatalisti e, da liberi, li fa servi e infelici in tutte le loro azioni”.

E aggiungeva che il cielo non può specchiare la nostra realtà perché “è troppo alto perché le immagi­ni terrene possano arrivare fin lassù, troppo splen­dente perché il suo fulgore non accechi la nostra de­bole vista”. Diceva anche che “il cielo dell’astrologia è un cielo falso costruito dagli astrologi (…). Alla lu­ce della ragione e di un esame diligente, quelle tene­bre e quelle illusioni si diradano subito e si vede che in quei libri non c’è nulla di serio, in quegli autori nessuna autorità, in quelle spiegazioni nulla di razionale, in quegli esperimenti niente di rigoroso, di costante, di reale, di credibile, di saldo, ma soltanto contraddizioni, banalità, assurdità, sì che a mala pena si può ammettere che ci creda chi le scrive e, come se non bastasse:

“Il cielo non può essere il segno di ciò di cui non è la causa. L’indivi­duo deve leggere in se stesso e non nel cielo la causa del suo destino. Aristotele ha avuto in sorte non un astro mi­gliore, ma un talento migliore, e il talento non viene dagli astri perché non è materiale, ma da Dio, come il corpo viene dal padre, non dal cie­lo”.

Per Pico l’astrologia nacque presso popoli “di indole poco adatta al sapere, inesperti di ragionamenti fisici, di rozzo ingegno, i quali imputavano agli astri le proprie col­pe e le proprie pene derivandone insieme i mali dell’animo e del corpo che li affliggevano”.

Infine la sentenza: “Vanitas vanitatum astrologia et omnis superstitio vanitas” (l’astrologia è la vanità delle vanità, e ogni superstizione è vanità).

Scrive alla fine del 1400 queste cose quando il mondo era dominato dagli astrologi – e lo resterà ancora per qualche secolo – èra una grande sfida. Essi infatti reagirono rabbiosamente.

Perfino il grande filò­sofo Tommaso Campanella, che pur aveva grande ammirazione per Pico, e che pur si sforza­va di leggere il destino nella realtà e non la realtà nel destino, a di­stanza di più di un seco­lo diceva che le critiche di Pico all’astrologia “mancavano di serietà scientifica”. Il noto stori­co della filosofia, il tede­sco Cassirer, riconosce invece che: “Con que­sta intuizione Pico va ben oltre i limiti della concezione della natura del Quattrocento e diviene veramente la guida e il maestro dell’avvenire al quale perfino Keplero, nella sua critica all’astrologia, si richiama come a un pre­cursore”.

Tratto da : Quei due Pico della Mirandola – Giovanni e Gianfrancesco.

Autore Jader Jacobelli

Edizioni Laterza – Anno 1993

Il quadro: Personificazione dell’Astrologia – Opera del Guercino

 

 


 

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