Fonderia Ghisa – La cacciata del vecchio direttore – Terzo capitolo

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La cacciata del vecchio direttore

La cacciata del Ghirri è un capitolo triste della storia della fonderia che influirà però decisamente e positivamente nei rapporti tra il vecchio Focherini e la Commissione Interna.

Nonostante la produzione eseguita in fabbrica fosse di grande qualità, le commesse di lavoro non mancassero, le quantità pro­duttive pari o superiori ai mesi precedenti, tra la fine del 1946 e la metà del 1947, non si riusciva a spiegare come mai alla chiusura dei conti trimestrali non solo non ci fossero dei guadagni, ma anzi il padrone dovesse integrare con proprio denaro il deficit che cre­sceva paurosamente.

Focherini per qualche tempo indagò personalmente e fece fare in­dagini a dipendenti di sua fiducia. Passavano le settimane ma non si veniva a capo di nulla. La matassa anziché sbrogliarsi si intrica­va sempre di più. Il controllo sulla produttività aveva dato risultati negativi (il lavoro quotidianamente eseguito avrebbe dovuto garan­tire buoni margini di guadagno), il controllo della merce in entrata e in uscita, durante l’orario di lavoro, corrispondeva esattamente. Focherini convocò quindi la C.l. chiedendo spiegazioni ed even­tualmente di aiutarlo a venire a capo del problema; altrimenti, nel volgere di poco tempo sarebbe stato costretto a chiudere.

“Noi cercammo di fare tutto il possibile, passammo parola ai lavo­ratori che la fabbrica era in difficoltà e si aumentò, per quello che era umanamente possibile, la produzione, ma i conti erano sempre in rosso.

Finalmente un giorno in forma privata mi chiama Soncini, che in collaborazione con Malagoli il vecchio magazziniere, persona di in­dubbia onestà, avevano fatto delle indagini e mi dice: ’Ansaloni qui c’è una talpa che corrode l’economia della fonderia, bisogna che ci stiamo dietro e che la scoviamo.

Accadeva infatti, che manufatti in bronzo e alluminio il sabato e la domenica prendessero il volo.

Da controlli eseguiti durante la settimana lavorativa i conti torna­vano esattamente. Il lunedì successivo invece ritornavano in rosso per la scomparsa di materiali già fusi e pronti per essere venduti. ”Mi prestai quindi a fare la testa da turco e da lì sono nati i rapporti col vecchio.

Soncini mi dà alcuni indirizzi di artigiani, nessuno dei quali era di Mirandola e in bicicletta andai a visitare le loro officine.

C’era in ognuna di quelle fabbriche visitate pezzi fusi della nostra fonderia.

Di quei pezzi però non c’erano le bollette. Gli artigiani per paura di complicazioni confessarono quando e chi portava loro i materiali. “Soncini mi mette a contatto con il vecchio perchè non voleva sem­brare quello che faceva lo sgambetto al direttore e ci consigliò di dire che l’iniziativa era partita solo dalla C.I..

Raccontai e spiegai per filo e per segno le cose come erano anda­te, il vecchio prende nota, ascolta e non dice niente.

Sicuramente poi si è consultato con Soncini e il magazziniere per una conferma dei fatti.

Passa del tempo ma non succede niente, allora una mattina alle 10 mi faccio ricevere da Soncini e gli dico che le maestranze non vo­gliono più vedere davanti agli occhi Remo Ghirri anche perchè lui stava già manovrando per aprire un’altra fonderia a Modena e noi eravamo preoccupati anche che ci potesse portare via i clienti. Soncini allora mi dice: lascia fare a me. Alle 11 della stessa mattina Ghirri è stato chiamato in direzione dal vecchio Focherini e da quel momento non si è più visto.

Dopo, per qualche mese come direttore venne il figlio di Focherini che già dirigeva a Sorbolo la fabbrica di cucine a legna La Sovrana. Brava persona suo figlio. Anche con lui abbiamo avuto sempre otti­mi rapporti. Successivamente venne un vecchio ingegnere amico di Focherini a tenere dietro alla situazione a dare alcune direttive.”

Un avvenimento questo che doveva aver segnato molto il vecchio Focherini, se a distanza di dieci anni, come vedremo più avanti du­rante la lotta del ’59, da Rapallo tenterà una onorevole mediazione tra le parti, osteggiato dalla direzione aziendale, che avrebbe volu­to risolvere diversamente la vertenza.

I lavoratori conservano di quel padrone, tutti indistintamente, un buon ricordo, un ricordo forse che in qualche misura il vecchio sen­tiva il bisogno di ricambiare.

Tratto da : “Il lavoro e la memoria” Fonderia Ghia Mirandola – 1935-1982 

A cura di Vittorio Erlindo

L’immagine è del collezionista Roberto Neri

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